Quasi 90

Aspetterei le 10 del mattino, per essere sicuro di non svegliarlo prima del dovuto. A quell’età una bella dormita è un toccasana. Poi lo chiamerei al telefono: “Buongiorno Grande Vecchio. Tanti auguri, l’anno prossimo sono 90!”.

Un attimo. il cellulare non lo ha mai avuto, è morto prima che gliene comprassimo uno. Allora lo chiamerei sul telefono di casa, magari spostato dall’ingresso e messo sul suo comodino, a portata di mano.

Mi risponderebbe sorridendo, lo so che gli fa piacere, ma pronunciando poche parole, tipo: “Grazie”. Niente di più.

“Cosa farai oggi?” è una domanda da non fargli, perché lo sai cosa farà: niente. Farà i soliti due passi, due chiacchiere con gli amici nel quartiere e lunghissimi viaggi nella memoria, in luoghi che solo lui può riconoscere.

E invece sono fuori dalla porta e ho le chiavi di casa, per sicurezza si fa così quando hai i genitori anziani, entro e gli dico: “Vestiti, che ti porto a fare un giro.”

Lui non mi chiederebbe niente, nemmeno “Dove andiamo”, non perché non gli interessi, ma perché mi vede così di rado, visto che vivo lontano, ed è contento di stare un po’ con me. Ovviamente lo comunicherebbe sbuffando, come se gli stessi rompendo i coglioni.

Seduto a fianco a me, in auto, si sentirebbe infine un Re. Lui che sempre è andato, e tornato, dal cantiere con l’autobus, ha un figlio che GUIDA LA MACCHINA. Che lusso.

E adesso, dove si va non importa. Raccontami qualcosa, papà. Ancora.

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