Un ramo che si spezza

goccia

“Ecco infine cosa è la morte. Un ramo che si spezza.” questo è tutto ciò che sono riuscito a scrivere in due ore.
Due ore inutili passate a fissare lo schermo bianco e a bere un bicchiere di Porto dopo l’altro.
Entro domattina il direttore vuole il pezzo, per cui, a parte bere, devo inventarmi qualcosa di efficace.
Sono le due di notte, cancello quelle poche parole e chiudo il computer. Non so mica se stavolta ce la faccio.
Nello specchio appare una creatura inqualificabile: pigiama sbracato, capelli che sembrano pettinati coi petardi, maglietta degli Stones macchiata di vino, marmellata o chissà cos’altro.
Mi butto sotto la doccia vestito, sperando di ottenere un rapido risveglio delle mie facoltà giornalistiche, oltre che un qualcosa di simile a una lavatrice, che in onestà già so che non farò mai. Mi asciugo come riesco e mi metto un jeans e una polo, niente calze e mutande, che col caldo che fa sono di troppo.
Guido fino al porto e mi metto a passeggiare lungo il molo, sperando che un’idea faccia capolino, mi dia uno spunto sensato da coltivare e, in frettissima, da far germogliare.
Mi basterebbe veramente poco: un piccolo delinquente acchiappato in flagrante, per poter magnificare l’operato del prefetto, oppure una mezza soffiata da qualche mignotta, che magari possa sputtanare qualche consigliere dell’opposizione.
Che per altro, ora che ci penso, alle scorse elezioni per l’opposizione ho votato pure io…
Il molo finisce, ma non mi è venuta una cazzo di idea, sicché ritorno sui miei passi e mi intrufolo tra spacciatori e puttane, per vedere se una storia, al limite inventata, riesco a farla saltar fuori.
La retata è stata due giorni fa, quindi le Signore son tranquille e di animo predisposto a fare due chiacchiere, io mostro foto, insinuo, imbecco, ma non c’è verso di scoprire nulla di interessante. Sembra che nessuno vada più a puttane e la cosa mi irrita. Cosa dovrei scrivere domani sul giornale? “Non è successo niente?”. Non esiste un giornalista senza una storia da raccontare. Non esiste. Quale è dunque la storia che sto cercando? O forse è lei che sta cercando me?
Sul fronte spaccio sembra che si accenda una flebile fiammella, pare che Gaetano abbia sentito dire cose che farebbero pensare ad una pista. Forse un drogato da prima pagina lo riesco a trovare. Compro un pezzo di fumo per festeggiare la fine dell’articolo, che adesso sembra ancora un miraggio, ma con una parvenza di verosimiglianza.
Mi faccio tutti i vicoli in lungo e in largo, parlo con tutti: mignotte, papponi, tassisti, tossici, spacciatori. La mia storia a tratti si avvicina e a tratti si allontana, come un biglietto vincente portato dal vento la inseguo, la sfioro, ma non l’acchiappo.
Sono le sei del mattino, sono stanco morto e non ho la più pallida idea di dove andare a parare. Decido di rimettermi in macchina e di tornare davanti al mio pc.
Parcheggio a duecento metri da casa, proprio mentre sorge l’alba. Qualcuno canta il suo “Om” mattutino mentre uno stormo di passeri frulla nell’aria, seguendo le tracce di chissà quali insetti. L’aria è fresca, i miei passi pesanti, non so cosa scrivere. Davvero.
Prima di girare l’angolo mi fermo a guardare una siepe, una foglia in particolare. Regge una grossa goccia tonda come se fosse il palmo di una mano, sembra me la offra.

Non si sente nulla. Il proiettile entra nella nuca con uno schiocco, come di un ramo che si spezza e già quando cadi in ginocchio la luce si spegne e con lei il respiro. Non ti aspetti il momento, non ne capisci il perché, non hai tempo, non più. “Un attimo” penso con la faccia sul pavimento “un attimo”.
Ecco infine cosa è la morte. Un ramo che si spezza.

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