Ricordo #16

Sulla Lavagna dei Ricordi oggi saltiamo indietro di 40 anni (più o meno). Aguzzate la vista che ci si muove al buio: è notte e sto sognando.

Se mi leggete da un po’, sicuramente ricorderete che non ho avuto natali illustri: sono (fieramente) figlio di proletari. Vivevo nelle case popolari, le cose rotte le aggiustavamo finché si poteva e lo stesso si faceva coi vestiti: un bel rattoppo e via.

Come tutti i bambini avevo i miei desideri e facevo i miei capricci. Mi pareva una enorme ingiustizia che i miei compagni di classe potessero avere tutti quei bei giochi (oltre alla televisione a colori!) e io invece niente. Non avevo propriamente “niente”, ma a quell’età “molto meno degli altri” per me equivaleva a niente.

E così mi struggevo di capricci che mia madre stoppava con facilità, dato che al 20 del mese finivamo regolarmente i soldi e facevamo la spesa chiedendo al negoziante di “segnare”. Anche volendo (e non voleva) non mi avrebbe potuto viziare. Mio padre? Fare i capricci al suo cospetto era fuori discussione: non si frigna davanti al Capo Branco. Neanche da cuccioli.

Tutta questa frustrazione ludica mi infradiciava i pensieri non tanto di giorno, quando avevo un sacco di cose da fare, quanto di notte, sotto forma di un bel sogno ricorrente.

Scostavo la tendina del ripostiglio e guardavo gli scaffali: invece degli attrezzi da pesca di papà, delle scarpe, dei fustini di detersivo e di altre “scorte” di casa, era pieno di scatole di giocattoli nuovi fiammanti: macchine telecomandate, giochi di società, soldatini, subbuteo, giochi elettronici. Più salivo con lo sguardo, più giochi c’erano e il soffitto della dispensa non si vedeva: saliva, in un infinito pozzo tappezzato di giocattoli, senza fermarsi. Era infinitamente più bello della vetrina del negozio di giocattoli in centro. Il Paradiso dei bimbi.

Finito quel sogno mi risvegliavo felice: se li avevo visti, allora c’erano. E se c’erano, magari un giorno ci avrei per davvero giocato.

L’ho fatto centinaia di volte quel sogno, l’ultima volta dopo i trent’anni. Poi se ne è andato.

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