Zolfo – Il sistema periodico

“Con un solfodiene non si sa mai, ma per il momento tutto andava regolarmente. Lanza gustava il soave riposo, e si abbandonava alla danza di pensieri e d’immagini che prelude al sonno, pur evitando di lasciarsene sopraffare.

Faceva caldo, e Lanza vedeva il suo paese: la moglie, il figlio, il suo campo, l’osteria. Il fiato caldo dell’osteria, il fiato pesante della stalla. Nella stalla filtrava acqua ad ogni temporale, acqua che veniva dal di sopra, dal fienile: forse da una crepa del muro, perché i tegoli (a Pasqua li aveva controllati lui stesso) erano tutti sani. Il posto per un’altra mucca ci sarebbe, ma (e qui tutto si offuscò in una nebbia di cifre e di calcoli abbozzati e non conclusi).

Ogni minuto di lavoro, dieci lire che gli venivano in tasca: adesso gli pareva che il fuoco strepitasse per lui, e che l’agitatore girasse per lui, come una macchina per fare i quattrini.

In piedi, Lanza: siamo arrivati a 180°, bisogna sbullonare il boccaporto e buttare dentro il B 41; che è poi proprio una gran buffonata dover continuare a chiamarlo B 41 quando tutta la fabbrica sa che è zolfo, e in tempo di guerra, quando tutto mancava, parecchi se lo portavano a casa e lo vendevano in borsa nera ai contadini che lo spargevano sulle viti. Ma insomma il dottore è dottore e bisogna accontentarlo.”

Una caldaia per “cuocere” una resina, rovente e sotto pressione, che sbuffa vapori mefitici. Può esplodere da un momento all’altro, se il povero Lanza non trova il punto giusto dove sbattere forte la chiave inglese.

Un action-movie in due pagine, dove il super eroe è l’operaio di notte.

Per me zolfo vuole dire mia mamma. Dalle mie parti (e ai miei tempi), quando da adolescente dormivi storto e ti svegliavi col torcicollo, la mamma andava in farmacia e ti comprava IL RIMEDIO DEI RIMEDI: il cannello di zolfo.

E’ questo un cilindro giallo di 3 cm di diametro, lungo 10-15 cm, interamente composto di Zolfo. Senza che ne sia chiaro il meccanismo, viene usato per togliere i dolori tipo torcicollo.

Lo si strofina, rotolandolo come un mattarello sulla parte dolente, fino a che non fa “crick”. Quello è il momento liturgico che sancisce la guarigione: quel crepitio dimostra che l’umidità che provocava il dolore è stata assorbita.

Questo era ciò che credeva mia mamma. Lungi da me spiegarle che non c’era un senso logico che collegasse quel “crick” al sollievo. Lei ci credeva e andava bene così.

A Genova era (forse è) un rimedio molto in voga, forse l’unico modo in cui gente restia, e insofferente al contatto fisico, come i liguri acconsente ad essere massaggiata.

Da voi si usava/usa?

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