Piombo – Il sistema periodico

“Il mio nome è Rodmund, e vengo di lontano. Il mio paese si chiama Thiuda; noi almeno lo chiamiamo così, ma i nostri vicini, e cioè i nostri nemici, ci chiamano con nomi diversi, Saksa, Nemet, Alaman. Il mio paese è diverso da questo: ha grandi foreste e fiumi, inverni lunghi, paludi, nebbie e piogge. I miei, voglio dire quelli che parlano la mia lingua, sono pastori, cacciatori e guerrieri: non amano coltivare la terra, anzi disprezzano chi la coltiva, spingono le greggi sui loro campi, saccheggiano i loro villaggi e fanno schiave le loro donne. Io non sono né pastore né guerriero; non sono neppure un cacciatore, benché il mio mestiere non sia poi molto diverso dalla caccia. Mi lega alla terra, ma sono libero: non sono un contadino.
Mio padre, e tutti noi Rodmund in linea paterna, facciamo da sempre questo mestiere, che consiste nel conoscere una certa pietra pesante, trovarla in paesi lontani, affocarla in un certo modo che noi conosciamo, e cavarne il piombo nero.”

Racconto singolare questo, nel panorama di questo libro, poiché a differenza degli altri, non è legato a un episodio della vita dell’autore, ma è completamente frutto di fantasia.

Narra del viaggio di un uomo antico che, dalle lande del Nord (da quel che ho capito io viene dall’attuale Germania) verso Sud fino a raggiungere l’isola di Ichnusa (inutile dirvi dov’è, vecchie spugne che non siete altro). Scopo del viaggio: la ricerca di un nuovo giacimento delle preziose pietre che solo il nostro eroe (e pochissimi altri del suo Tempo) sa trasformare in un nuovo formidabile materiale: il piombo.

Ho avuto anch’io la mia Età del Piombo, quando ero un ragazzino. Mio padre portava a casa vecchi tubi dell’acqua, ripescati dagli scarti del cantiere. A mano spezzava il piombo in tanti pezzi e li metteva sul fornello: in mezzo a vapori tossici potevo assistere al miracolo.

Il Piombo lentamente si scioglieva in un brodo a specchio.

A quel punto papà, col cucchiaio da minestra, raccoglieva il Piombo fuso e lo temprava nella bacinella d’acqua. Quello era il momento in cui dovevo tenermi a distanza, era roba da uomini. Pericolosa. L’acqua friggeva impazzita e qualche lapillo di metallo bollente schizzava a bruciare le mani.

Una volta ottenuti questi rozzi manufatti, papà li bucava con martello e punteruolo su di un vecchio tagliere di legno. Un colpo di lima a lisciare il foro, dove sarebbe passata la lenza, e i piombi per la pesca da riva erano pronti.

All’alba lanciavamo i nostri piombi verso Sud, in direzione di Ichnusa.

4 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...