Ricordo #3

Oggi, sulla Lavagna dei Ricordi, finiscono le prime volte che ho dovuto indossare la vestizione completa (tuta bianca in Tyvek compresa) per soccorrere una persona.

Sembra un miliardo di anni fa. Ma era solo il 2020: arrivarono “le tute”, sacchetti bianchi rettangolari, che avevamo visto solo al corso di formazione, da usare solo in caso di intervento su paziente con sospetta meningite o altra malattia infettiva. Ma quando mai ci sarebbe capitato? Pensavamo.

Iniziò a capitare: la gente moriva a centinaia e, per qualsiasi motivo, chi entrava in contatto col paziente, doveva essere così bardato:

1. Due paia di guanti.

2. Maschera FFP2, calcata bene perché se c’è un varco rischi l’infezione.

3. Tuta in Tyvek, che la devi mettere con delicatezza altrimenti si strappa e ogni strappo vuol dire rischiare l’infezione, cappuccio compreso. C’è un collega che ti aiuta e controlla che i sigilli adesivi tengano. Ti guarda negli occhi, come a dirti: “Oh! Tutto bene: non sei solo!”

4. Mentre inizi a sudare nella tuta, il collega ti sigilla con il cerotto adesivo il polsino ai guanti. Sopra metti il terzo paio. Il collega ti controlla come fa la mamma prima di portarti all’asilo, quando fuori nevica.

5. Calzari in tessuto-non tessuto. Visiera in plastica trasparente. Intanto inizi a cuocere.

Tutto questo fatto per bene, sia chiaro altrimenti rischi la pelle, ma in fretta: perché ti aspetta qualcuno che ha chiamato l’ambulanza.

Mentre l’ambulanza corre, cerchi di respirare ma con la maschera non riesci, cerchi di spostarla senza rompere nessuno dei delicati equilibri che indossi. Ti viene la nausea, hai lo stomaco in gola. Poi arrivi: l’aria fresca della notte e il tuo fiato ti appannano gli occhiali e la visiera. Forse non vomiti, ma non ci vedi una mazza.

Io ricordo la fatica a respirare, la nebbia davanti agli occhi, il doversi fermare in cima alla rampa di scale per capire dove andare e rifiatare, perché sei pure carico di roba che pesa (la bombola dell’ossigeno ad esempio).

Ricordo soprattutto la paura di ammalarsi. Perché lo vedevo tutti i giorni cosa capitava agli ammalati gravi (e allora, senza vaccino, erano quasi tutti gravi quelli che soccorrevamo) e non volevo prenderlo, né attaccarlo agli altri.

A missione finita, lo stesso collega che ti aveva vestito, ti guidava nella svestizione, spruzzandoti col disinfettante. E’ in quei momenti che io sono diventato fratello di un sacco di gente e toccato con mano il concetto di “prendersi cura” di qualcuno.

Ancora oggi non mi capacito di come medici e infermieri abbiano lavorato così bardati per giornate intere. Io, dopo due ore, mi sarei dato fuoco.

5 commenti

  1. Un immane sforzo davvero, tutti voi che lavorate a contatto con tutte le patologie possibili.
    Quando ero ricoverata allo Spallanzani vidi per la prima volta gli operatori trasportare un virus che dire mortale è dire poco…mi impressionai tantissimo. Non erano uomini erano robot, tanto erano “bardati”.

    Piace a 1 persona

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