Pannocchio

Ciao bimbi! L’umore di Nonno Tritolo è alle stelle, grazie alla vostra perspicacia: avete infatti capito molto bene di “quale marca” di sigarette aveva bisogno e gliele avete spedite in carcere, accuratamente nascoste in mezzo al caffè. L’ora d’aria profuma di allegria e spensieratezza e Nonno e compari sghignazzano per un nonnulla, l’atmosfera nel Braccio F, è idilliaca grazie alla vostra generosità. C’è solo un problema: la fame chimica. Non è che, per settimana prossima, potete mandare a Nonno Tritolo qualche bancale di merendine e popcorn? Grazie. Per sdebitarsi in anticipo con voi: ecco una nuova favola!

Pannocchio

C’era una volta…

“Un Re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Cazzo! Ci avete preso! Che lenze che siete!

C’era una volta proprio un Re, che regnava su un grande regno assieme alla Regina, la quale si trombava lo stalliere e il farmacista, ma quella è un’altra storia e poi, se dovessimo dirla tutta, pure il Re si trombava lo stalliere.

Alla Corte del Re vivevano i Cavalieri, serviti dai loro fidi scudieri, che a loro volta avevano stuoli di servitori. Fuori dalle mura del castello, viveva la parte sacrificabile del Reame, quella che reggeva la baracca col sudore della propria fronte, per un tozzo di pane raffermo, che moriva di fame ed era pronta a dare la propria miserabile vita per il Re, qualora ce ne fosse stato bisogno.

In fondo alla scala sociale stava Geppetto, un abile artigiano del legno, che di recente aveva avuto discreta fortuna con la realizzazione di un burattino bugiardo.

Nel sottoscala sociale, a contar meno addirittura di Geppetto, viveva il tristo Gaetano Cacarella: un buono a nulla, perdigiorno, scroccatore di sigarette e bicchieri di vino all’osteria.

“Ma perché non ti vinci le tue elezioni e non te ne vai a scoccare a spese del Reame?” gli dicevano tutti, ma lui da quell’orecchio non voleva sentirci: pretendeva di non far niente tutto il giorno, aspettando una sonora botta di culo che gli cambiasse la vita.

E così la società funzionava perfettamente: ad ogni ceto sociale ne corrispondeva uno inferiore, il che consentiva di sentirsi meglio di qualcun altro. Tutti vivevano bene. Tutti tranne Cacarella. Lui non aveva nessuno, sotto, che stesse peggio di lui e così si mangiava il fegato di invidia. E mica invidiava il Re o i Cavalieri! Nossignore: invidiava il povero Geppetto, che stava un gradino sopra di lui.

E così, la notte, rovistava nelle discariche, convinto di trovare dei pezzi magici per costruire un burattino più bello di quello del suo rivale. Lavorava nella sua stamberga fino al mattino, assemblando tutto ciò che gli pareva all’uopo, e poi dormiva fino a mezzogiorno, stremato, sognando la disfatta del rivale. Così andò avanti per anni e anni.

Un bel mattino, nella piazza principale del Reame, c’era un lenzuolo bianco a coprire una forma come di statua e, lì accanto, Cacarella, col vestito buono. La folla andò lentamente radunandosi intorno e il vocio fu tale, che pure il Re e la Regina vollero andare a vedere di cosa si trattava.

Quando quel tanghero sollevò il telo bianco: la folla rimase in silenzio, stupefatta. Poi iniziò un sommesso risolino, un parlottare in sottofondo e poi crasse risate. “Ma è un cazzo!” esclamò la Regina.

Al centro della piazza Cacarella subiva lo scorno, a fianco di quell’accrocco dall’indubbia forma fallica. La Fata Turchina e Geppetto si davano di gomito e sghignazzavano più forte degli altri e al povero Cacarella non restò altro che raccogliere il suo obbrobrio e mestamente allontanarsi.

“Un attimo!” disse a quel punto la Regina, trattenendo un risolino “Come hai chiamato la tua… creatura?”

“Pannocchio, perché l’ho costruito con le pann…” la risata della folla lo sommerse, i membri della Corte, Regina in testa, presero a lanciargli derrate marce e a denigrarlo, se possibile, ancor di più.

Cacarella sparì per sempre. Geppetto fu l’unico a rimanerci male, perché ora era lui al livello più basso della società. Ma Geppetto aveva imparato la lezione: non voleva invidiare proprio nessuno. Investì i suoi pochi risparmi nella droga e nell’alcol e si ritirò in un eremo nel bosco.

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