Quando vidi Nonna volare

Ciao a tutti. Questo è il racconto che apre Inutili Cianfrusaglie.

Se vi va di leggerlo e di farmi sapere nei commenti cosa ne pensate, grazie.

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Quando vidi nonna volare pensai che ci fosse qualcosa che non tornava.

Avrei dovuto capirlo già al mattino: nonna, solitamente inerte sulla sua poltrona di velluto a coste, trafficava in cucina preparando il cestino del picnic.

“Si parte” diceva tra sé e sé.

“Per dove si parte mamma?” chiese papà.

“Si parte” rispondeva giuliva.

Sulla 127 di mio padre, il profumo dei panini insaporiva la vista dei campi in fiore che sfrecciava dai finestrini. Papà guidava tranquillo senza conoscere la meta. Ogni tanto nonna gli diceva: “Gira di qua” facendo strabuzzare gli occhi di mamma, che non si capacitava di ciò che stava capitando.

Anche se ero piccolo lo avevo capito che nonna non stava bene. Non sapevo dire di che cosa era malata, ma per quello che vedevo io, una vecchina che di punto in bianco smette di parlare e camminare e che sta zitta e ferma per sei mesi di fila, bene non stava.

Dalle mezze cose che mamma e papà si dicevano sottovoce, girati di spalle in cucina, pensando di non essere ascoltati, avevo captato solo due parole: depressione e badante. Quindi nonna era malata di depressione o di badante. O più probabilmente di tutte e due.

La campagna iniziava a scaldarsi, lo sentivo nel naso a contatto col vetro, l’erba alta ondeggiava al vento e lì in mezzo mi immaginavo guerre microscopiche tra api e farfalle. Nonna, seduta al mio fianco, teneva la borsetta tra le mani, poggiata sulle gambe. Ogni tanto sorrideva, ma sempre guardando avanti.

L’odore dei sedili nuovi mi faceva sentire su di un’astronave e quando papà metteva la quinta, al posto delle case io vedevo pianeti e tutto intorno, dove c’erano solo prati e lampioni, vedevo l’iperspazio curvarsi alla velocità della luce.

In quel momento io e la nonna eravamo uguali: zitti, sereni e sorridenti.

“Gira a destra, caro” disse nonna, subito dopo gli anelli di Saturno.

“Dove stiamo andando nonna?” le chiesi.

Un bacio sulla testa fu la sua risposta.

Il cartello con la mucca nera prometteva mucche che non si realizzavano. Dopo ogni curva guardavo nei campi sussurrando: ”Mucca” come se fosse una formula magica in grado di far apparire bovini, ma non funzionava. Solo erba, lampioni, case sparse e qualche albero accaldato, costeggiavano la nostra bianca astronave a gasolio.

“Mucca”

“Gira su per di qua”

“Mucca”

Nonna e io duettavamo sul pentagramma surreale di desideri animali, i miei, e misteriosi, i suoi.

“Dove stiamo andando?”

Il suo dito si avvicinò alla bocca, lentamente, puntando verso il naso, per dirmi: ”Silenzio. È un segreto tra te e me”. Solo che io, questo segreto non lo avevo capito per niente.

Papà proseguiva a guidare come se tutto fosse normale, se lui era tranquillo, ero tranquillo anch’io. Qualcosa dentro di me diceva che lui era un muro insormontabile e nessun pericolo sarebbe mai stato capace di superarlo per arrivare fino a me. Due giorni dopo capii che mi sbagliavo, che quel muro in realtà era di carta velina, ma in quel momento, con la strada che iniziava a salire, tutto sembrava dire: andrà tutto bene.

Mamma, sul sedile passeggero, era più nervosa del solito. Non capivo perché. Insomma: avevamo appena scoperto che nonna si era ricordata di come si faceva a parlare e a camminare! Perché anche lei non ne era felice? La preferiva ferma e zitta?

“Mucca!” grido nonna, bruciandomi sul tempo.

“Mucca!” gridai io abbracciandola. “Possiamo fermarci papà?” implorai.

“Possiamo?” chiese a sua madre. Lei, con un piccolo cenno del capo, disse sì.

Le diedi la mano, che lei chiuse nella sua sinistra, e ci incamminammo verso il bordo del pascolo. La borsetta appesa all’avambraccio destro scandiva ogni nostro piccolo passo, nonna sembrava sé stessa, di nuovo, dopo sei mesi.

La grossa frisona si avvicinava. Aveva narici larghe come il mio pugno. Sbuffava, mentre nonna si chinava sull’erba strappandone un ciuffo. Io mi girai verso l’auto per vedere se i miei stavano vedendo quel piccolo miracolo: nonna è tornata! Guardate! Stiamo per dare da mangiare alla mucca!

Ma loro erano chiusi lì dentro e parlavano, gesticolando un sacco. Papà aveva la faccia arrabbiata.

Nonna mi porse l’erba e mi fece con garbo allungare il braccio. La mucca fece sparire lo spuntino in un attimo e rimase a guardarmi. Nonna la accarezzò e allora lo feci anch’io.

Fu lì, mentre il mio palmo lisciava quel manto bianco e nero, che nonna mi diede un quadrato di carta ripiegata in mano. Rimasi immobile: una mano sulla mucca, l’altra sospesa per aria col foglietto tra le dita. Capii dal suo sguardo che dovevo metterlo in tasca e così feci.

Quando aprimmo la portiera, papà e mamma smisero di colpo di litigare. Simularono malissimo una normale chiacchierata e mentre la macchina ripartiva, mamma si nascose la faccia tra le mani e silenziosamente iniziò a piangere.

La tristezza ci sorprese come un improvviso temporale in spiaggia e riempì l’abitacolo di aria fredda e polverosa.

“Siamo arrivati. Accosta pure qui, caro” la nonna consigliò a mio padre dopo pochi minuti.

“Io devo andare da sola. Restate qui.”

Ma dove andava? Davanti a lei c’era solo un pratone in leggera salita, che piegava l’orizzonte dove spuntava una specie di masso.

Una farfalla gialla passò davanti al mio finestrino, per poi volare dall’altro lato dell’auto. Nonna mi accarezzò, posandomi una mano sulla tasca, a ribadire che il foglio doveva rimanere lì dentro, e si incamminò.

Sembrava un fiasco di vino che scalava una montagna. Passino passetto nonna saliva, senza mai guardarsi indietro, con la sua inseparabile borsetta a braccetto sulla destra. Ogni tanto si aggiustava i capelli, come se con quel masso, lassù in cima, avesse avuto un appuntamento.

Io morivo dalla voglia di correrle dietro, papà e mamma di ricominciare a litigare, per cui uscii dall’auto e presi a camminare.

Finalmente liberi, i miei genitori ricominciarono il litigio da dove l’avevano lasciato, mentre io più camminavo, più respiravo leggero. Quando alle mie spalle le urla si ovattarono fino a sparire, mi fermai. Nonna saliva e non volevo che si accorgesse di essere seguita.

Lei faceva due passi, io ne facevo uno. Cercavo di fare come faceva il nostro gatto, quando cacciava i passeri in campagna.

Puntava dritta verso il grosso masso, che visto da più vicino non sembrava proprio un masso, piuttosto una di quelle cose che c’erano al cimitero, tutte in fila, quando andavamo a trovare il nonno.

Nonna si fermò lì davanti e ci poggiò una mano sopra. Parlava con qualcuno, ma non c’era nessuno. Parlava sicuramente, ma da dove mi trovavo, non riuscivo a sentire niente.

Il resto successe tutto in un attimo.

Nonna rimase ferma, come fosse in ascensore, si assicurò una forcina tra i capelli e chiuse bene la borsetta, poi cominciò a salire verso l’alto. Staccò i piedi dal prato e volò su, in linea retta.

Quando vidi nonna volare, pensai che ci fosse qualcosa che non tornava. In realtà non era qualcosa: era lei che non tornava. Arrivata così in alto da essere un puntino, non la vidi più, né quel giorno né in quelli successivi.

La pietra davanti alla quale nonna era decollata portava scolpite le lettere E, S, C, racchiuse in un rettangolo. Pensai di fare come la nonna, di poggiare una mano sulla pietra e poi partire, ma ebbi paura e scappai verso la macchina dei miei, che non si erano accorti di niente.

Quando mi sentirono dire cosa era successo mi risero in faccia, poi mi diedero un ceffone per uno, perché mi ostinavo a scherzare. Quando capirono che la nonna era veramente scomparsa, si agitarono e corsero a cercarla. Arrivò poi l’ambulanza, la polizia e un sacco di altra gente. Ricordo le urla di mio padre e lo sguardo cattivo con cui mia madre lo guardava. Io ero avvolto in una coperta della Croce Rossa e mi addormentai senza capire perché nessuno prendeva in considerazione l’ipotesi che il mio racconto dell’accaduto fosse vero.

Il resto è sui giornali dell’epoca. Le ricerche durarono un anno intero, ma della nonna non se ne seppe più nulla. Le ricerche su di me durarono cinque anni, perché i miei genitori non si rassegnavano ad avere un figlio solo apparentemente normale.

Quando mi svegliai, il pomeriggio in cui vidi nonna volare, mi ritrovai nel mio letto. Fuori il sole calava, ma era ancora caldo e qualcuno mi aveva messo il pigiamino.

Me ne accorsi perché d’istinto misi la mano nella tasca, ma la tasca non c’era. Sulla sedia vestiti puliti mi aspettavano. Mi vestii con calma e andai in bagno, aprii la cesta della biancheria sporca, ma ci trovai solo lenzuola. Allora corsi nel bagno di servizio, col cuore in gola, per cercare nella lavatrice: era spenta e vuota.

Nella sala i miei genitori stavano parlando con un signore della Polizia, uscii in giardino e la prima cosa che vidi fu una farfalla gialla. Volteggiava nella luce cadente del tramonto e nel profumo di sapone di Marsiglia. I miei vestiti, i miei pantaloni soprattutto, come annegati appesi, aspettavano di asciugarsi.

Sperando in un miracolo, misi la mano nella tasca dei pantaloni. Una molle poltiglia di carta zuppa mi si disfece tra le dita.

Sedetti allora sulla poltrona di velluto a coste e guardai passare, in religioso silenzio, tutti i successivi quarantadue anni.

4 commenti

  1. Tanta roba. Una voce perfettamente credibile. Non riesco a unire tutti i puntini mi sa, una certa tristezza sembra esserci (una tristezza da schiacciamento -del destino) ma anche una certa speranza (gialla?)… Forse 🙂

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