Gabbiani + Pioggia = Istanbul

Il cervello è una macchina meravigliosa, cattura immagini attraverso gli occhi e le convoglia all’encefalo e così fa con tutto ciò che è mappabile dagli organi di senso. Odori, profumi, puzze, caldo, freddo, paura, gioia, melodia, suoni, rumore… tutto arriva e trova il suo spazio, la sua minuscola casella, perfettamente collegata, tramite una logica misteriosa, ad altre migliaia di caselle. Così costruisce i ricordi.

Dove abito io volano merli, gazze e cornacchie. Ogni tanto passa alto un nibbio (credo, comunque un “falcoforme”) e a quote basse piccioni, passeri e altri “uccelliniformi”: tutta roba nera, grigia o al massimo marroncina. L’occhio vede tutto, ma non ti dice: “Toh! Il merlo è nero!” lo sai, non ci fai caso. E così ti abitui a pensare che ciò che vola è nero.

Quando scendo a Genova, la prima cosa che mi salta all’occhio sono i gabbiani. Li cominci a vedere già dopo Busalla, ancora in collina, perché il mare, in linea d’aria, non è così lontano. E ci sono solo loro: dominano il cielo.

E sono bianchi (sì hanno un po’ di grigio, ma l’effetto è quello). Sono così bianchi che gli uccelli neri, che pur ci sono, non li noti.

E così, ogni volta che vedo un gabbiano o ne sento il verso stridulo gridato nel vento, il mio cervello mi dice: “mare“.

Però oggi piove, il mare è vicino e i gabbiani volano bassi, tra un temporale e l’altro. Allora il mio cervello non mi dice “mare”, la spara più grossa. Dice: “Istanbul“.

E’ un fuoco di artificio. Ricordo una settimana di pioggia, i minareti, la voce del Muezzin che chiama per la Preghiera, la folla brulicante, i labirinti tra le auto nel traffico, Gala, il Bosforo, persone gentili e disponibili: tutto in quella Capitale della Bellezza mi ricorda la mia città e mi fa sempre sentire a mio agio.

E poi il Raki. Raki per me è amicizia, fratellanza, perché Bulent me lo ha insegnato. Lui che ha accolto me e mia moglie Eliana e ci ha fatto sentire a casa. In un luogo dove nessuno parlava la nostra lingua, eravamo a casa. E anche quando eravamo soli, Bulent c’era al telefono o col pensiero, a guidare i nostri passi e ad assicurarsi che tutto fosse perfetto.

Ci siamo conosciuti su Twitter, per una passione comune, il calcio, e per una sua antica passione: l’Italia. Quando ci siamo incontrati e parlati, mangiando e bevendo Raki, abbiamo scoperto di avere molto di più in comune: il modo di pensare la vita. Per me Bulent è un fratello e, così distante, mi manca.

Era l’inizio di un nuovo anno: il 2020. Con tutto quello che è successo, mi pare un secolo fa. Non vedo l’ora di rivederlo e se ci sarà anche Instanbul sarà perfetto.

Buona serata.

Aurelio

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