Per il piacere del vento

Mare Vele Vento.JPG

Col vento non serve capire, servono vele. Vele tese e chiglia resistente.

Fatti spingere dove vuole lui, mentre le alghe ti solleticano la pancia e il sole ti cuoce la schiena. Non importa cosa dicono le stelle, la bussola per certi viaggi galleggia nello stomaco, non certo nella notte.

E così metti la prua a sud, aspettando che l’orizzonte si faccia di terra lontana, per poter virare ancora di bordo: di nuovo al largo, di nuovo verso il fondo. Perché il fondo è lì che ti guarda, che attende l’inevitabile momento dell’ancora o del naufragio.
Di queste due categorie sono i marinai: quelli che sono in cerca di un porto, di un luogo sicuro dove stare alla fonda per un po’ e quelli che solcano il mare per il piacere del vento, considerando prima o poi di fracassare lo scafo sullo scoglio che tutti ci aspetta. I primi li chiamano “sani”, gli altri “pazzi”.
Il confine è sottile: è fatto di coraggio, di pane secco, di acqua di sentina, cormorani affamati, lenze che tornano vuote a bordo.
Come una visita inattesa un sabato mattina, come il rosso dei gerani sui davanzali, come il frullare di un passero che decolla con la sua briciola: a babordo galleggia una vecchia cornice a faccia in giù.
E’ una foto, annegata chissà quante lune fa. Prendi l’arpione, l’accosti e ti sporgi per afferrarla, ma lei si svicola, come un sarago ferito, si dibatte e resiste al recupero. Provi una, due volte e poi desisti, che il vento ha ripreso a tirare. E’ una foto annegata, che non è il momento di guardare.

Nuovi sbuffi bianchi di schiuma ti festeggiano la rotta, tagli il pelo dell’acqua come un vecchio siluro di legno, ti allontani, o almeno credi, dal passato e strizzi gli occhi per vedere se la tua prua punta al futuro. Ma il futuro si confonde col presente, con il rimescolare delle correnti, tra gazzarre di gabbiani e banchi d’acciughe in battaglia. L’orizzonte è blu cobalto, curvo come un arco eternamente in attesa di scoccare, lo scoglio non si vede, eppure è lì davanti a te. Ci sbatti dentro con un sorriso, mentre ti aggrappi agli ormeggi mormori un: “finalmente”, poi l’acqua invade lo scafo e veloce ti inghiotte.

Mentre affondi, osservi la superficie dell’acqua che si allontana.
Una vecchia cornice ti sorvola. E’ una vecchia foto annegata molte lune fa: ritrae te, molto più vecchio di come sei. Così vecchio come mai sarai.
Un respiro di acqua salata saluta l’ultima bolla d’aria.
Il vento continua a soffiare, in cerca di altre vele.

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2 commenti

  1. Bello! Insomma abbiamo a che fare con uno dei “pazzi”, un Ulisse dantesco che voleva proprio quel finale. Io, che amo il mare, pur dalla ragguardevole lontananza di Milano, l’ho particolarmente apprezzato; il tema dello scoglio che aspetta tutti, poi, mi ha sempre affascinato, quindi è proprio il tipo di cose che mi attraggono. Ancora complimenti 🙂

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