Niente di urgente

Scrivevo tanto, un tempo, perché non avevo niente da dire.
Poi la vita ha cominciato ad accadere per davvero, non come in un libro: il sangue era proprio sangue, le pagine voltate non tornavano più indietro. Intrappolato in mezzo a tutta quella realtà, che accadeva a ogni momento, ho dimenticato come si scrive, assieme a quello che avevo da scrivere.
Improvvisamente ogni parabola del pensiero si sgretolava come un cristallo preso a sassate. E la vita nascondeva la mano.

La banchina del capolinea a Laurentina è gremita di bipedi assonnati, che vanno a lavorare, proprio come me, che arrivo dalla fermata prima, poiché ho sbagliato direzione.
Il treno è bello grosso, c’è posto a sedere per tutti, quindi mi siedo, con il mio trolley vicino, e mi metto a leggere le e-mail del mattino. Niente di urgente.
La ragazza chiede al ragazzo secco e pallido:”Da cosa ti sei travestito per Carnevale?”. Da vampiro, penso io, “Da vampiro” dice lui.
Due posti alla mia destra, la signora in verde petrolio enuncia all’amica che, all’ospedale TaldeiTali, dell’Università Dei Tal’altri, hanno scoperto “Il meccanismo con cui l’aspirina guarisce i tumori”.
Il ragazzo secco e pallido spiega che il vampiro era il travestimento più facile per lui. “Tra l’altro da truccato ero meno pallido che al naturale” aggiunge.
“Che poi”, prosegue la signora in verde petrolio, “l’unico effetto collaterale che c’ha l’aspirina…” ma il rumore di fondo mi impedisce di origliare correttamente. Ci arrivo per deduzione: l’amica dice che quindi è meglio fare prima una cura per la gastrite e poi curarsi il cancro con l’aspirina. La mia etica professionale urla disperata di intervenire, ma chi sono io per contraddire la signora? Nessuno. E poi lei e l’amica stanno scendendo, quindi non se ne fa nulla.
Alla fermata successiva scendo anch’io, assieme a tanta gente. Siamo a Termini e cambio linea.
Il trolley mi rotola dietro diligente, salta i gradini, aspetta paziente sulle scale mobili, mentre il gregge, in cui belo silenzioso, si ingrossa e striscia verso la linea A.
La banchina è una bolgia: non ci stiamo tutti. I più ansiosi sembrano dei lemming in corsa verso il burrone, i più pazienti si acquattano raso muro e aspettano che passi il treno successivo. Arriva stracarico, vomita centinaia di occhi e ci lascia salire.
Mi specchio nei vetri bui del vagone: dimostro la mia età e soprattutto la mia stanchezza. Sembro un orso bruno in giacca e cravatta, in attesa di fare il suo numero al circo.
L’hipster seduto proprio di fronte a me, mi fissa il pacco. Dolly Parton, seduta di fianco a lui, riempie di emoticon il suo WhatsApp.
L’hipster sposta lo sguardo sul mio trolley, ma subito dopo torna al punto di partenza. Forse non mi fissa il pacco, forse sì.
Dolly sorride al suo Facebook e felice snocciola cuoricini sui social network. Porta le ciglia finte più finte che io abbia mai incontrato e un paio di centimetri di cerone sulla faccia. Potrebbe esserci chiunque sotto quella chioma tinta.
Lepanto, apertura delle porte a sinistra, l’hipster scende senza degnarmi di uno sguardo. Al suo posto siede una ragazza minuta, che tiene un quaderno semi aperto davanti agli occhi. Sembra che preghi o che ripeta una lezione a memoria. Forse è pazza. Forse no.
Prossima fermata Cipro, apertura porte a destra: sono arrivato, ma tra poco me ne vado.

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