La mia curva.

Mangio l’asfalto a 180 Km/h, la musica, complice, accelera.
Pesto sul pedale e il ritmo circola nel carburatore, attraversa il motore e mi finisce nelle vene, dritto nel cervello.
Ma io non ascolto nulla in realtà.
Nella testa solo parole e nemmeno una nota: curve vocali, rettilinei punteggiatura, la strada trascrive la mia memoria.
La gomma morde i granuli neri, consumandosi un miliardesimo di millimetro ogni metro, senza fatica, senza il minimo fastidio.
Procedo come su di un binario, attaccato alla statale, volo raso terra, tra un battere e un levare. I freni azzannano la ruota solo per aggiustare i sorpassi, come gatti d’acciaio alle prese con un topo di ghisa.
Il vino fa tutto il resto. La testa è leggera, non sento più male, non sento più il rosso delle guance, vedo tutta questa pessima giornata lucidamente: come tanti soprammobili luccicanti sul comò.
Sento odore di pane, la voce dei pesci, il sinistro cigolare della carrucola, il vento che fruscia tra i panni stesi, il ticchettio del tachimetro, sento perfino le virgole cadere dallo strapiombo della frase lasciata a metà.
Non mi preoccupa il tempo, come se non fosse mai esistito, forse è per questo che si è fermato l’orologio, mi accendo una sigaretta con una mano, che l’altra la tengo sul volante, e intanto ripeto più volte le ultime cose che mi hai detto. Vedo le parole come se fossero scritte sulla carreggiata: così le riesco ad affrontare, così non mi fanno più male.
Nuvole di fumo grigio, come un ologramma respirato, confondono la visuale. Un occhio mi brucia, le ciglia mi sporcano gli occhiali. Accendo il tergicristallo, anche se non piove. Lo spengo sorridendo.
Schiaccio ancora un po’, per far scorrere il discorso a 200 km/h. Ora si che le parole volano e, per un attimo, sembrano finalmente innocue.
Riesco a smontarle in sillabe e le rimescolo: viene fuori un discorso di senso compiuto, ma che mi porta alla stessa identica conclusione: quello che siamo non ha niente a che vedere con quello pensiamo di essere.
E allora le parole, lettera dopo lettera, mi si conficcano in faccia, come schegge di vetro e strappi di lamiera. Solo che fanno più male.
Imbocco la curva dopo una breve frenata e accelero, però non sterzo: in fondo alla curva il mio muro.

Annunci

3 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...