Nel vecchio solaio

Nel vecchio solaio

Non salgo nel vecchio solaio da almeno vent’anni.
Dai lucernai filtra la luce polverosa del mattino. Le ragnatele, pendule dalle grosse travi, lente sventolano come bandiere a lutto.
Addossate sul lato a sud, lontane dall’umido e dalle infiltrazioni, due antiche cassepanche, serrate da grossi lucchetti, si lasciano guardare. Non ricordo assolutamente di averle portate qui e nemmeno di avercele trovate all’atto dell’acquisto della casa.
Il mio primo cavallo a dondolo, il cinturone da cowboy, la pistola con la stella d’argento sull’impugnatura, sono appoggiati alla canna fumaria; lì a fianco: scatole di ricordi, vestiti fuori moda, i vinili di papà, i quadri che ho dipinto in gioventù.
Mi faccio largo tra gli scatoloni sparsi dappertutto e li accatasto con ordine, creando un corridoio in grado di portarmi alle cassepanche. Voglio capire da dove arrivano, chi ce le ha portate.
Mentre impilo le scatole sui due lati, mi rendo conto di quanto tempo io abbia già vissuto, consumato. Di quanta vita mi sia già passata per le mani e di come in gran parte io l’abbia in qualche modo dimenticata, un tanto al chilo.
“Ogni scatola pesa sei mesi”. Questo penso, posando l’ultima in cima alla pila.
Le due cassepanche sono identiche, di legno lucido, ma rosicchiato dagli anni. I lucchetti che le chiudono portano due iniziali incise sopra: una è l’iniziale del mio nome, l’altra… non lo so. Troppo arrugginita per leggerla.
Prendo una delle due chiavi che pendono da un chiodo, proprio sopra i bauli, e faccio scattare il lucchetto. In alto a sinistra, proprio sopra di me, un crocifisso finge indifferenza. Sollevo il coperchio e lo appoggio al muro, per controllare il contenuto.
In perfetto ordine, accuratamente chiusi in sacchetti di plastica per evitare che prendano polvere, trovo tutti i miei mostri. Sono esattamente come l’ultima volta che li ho visti.
C’è la paura di morire soffocato e, lì di fianco, la voglia di uccidersi e la codardia di farlo veramente, procedendo con un patetico tentativo cronico di suicidio. C’è la certezza di non essere abbastanza, la vergogna di me stesso e, in un barattolo di vetro, le bugie che ho detto.
C’è una bottiglia di rum enorme, con sopra scritto “bevimi” e centinaia di pacchetti di sigarette, decine di blister di potenti benzodiazepine.
Ci sono vecchie foto ingiallite, oggetti cari che credevo fossero andati persi, e un coltello a serramanico perfettamente affilato.
Credevo di essermi liberato di loro e invece i miei mostri sono ancora tutti qui. Non riesco a crederci: la cosa mi rasserena.
Guardo verso il crocifisso e noto che il muro ha cominciato ad ammuffire con una velocità impressionante.
Prendo la seconda chiave e apro l’altra cassapanca.
E’ piena per metà di un liquido trasparente e leggermente viscoso. Mi lecco la punta del dito con cui l’ho toccato e scopro che cos’è. Il sapore leggermente salato non lascia dubbi: sono le lacrime che ancora devo piangere.
Fuori un tuono rimbomba e comincia un potente temporale. Mi tolgo le scarpe, le calze e, uno a uno, tutti i miei vestiti. Li lascio piegati sul pavimento. Entro nelle mie lacrime, scopro che sono gradevolmente tiepide, e mi ci rannicchio dentro, sdraiato sul fianco destro. Il coperchio si chiude e tutto lentamente tace.
 

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