Sigaretta

copertinaLPDS punt5

Sono a metà di un lavoro, che mi serve per domani. E’ da un po’ che non fumo (nel mio caso “un po’” è una mezz’ora) cerco il pacchetto, ma non lo trovo. E già: l’ho buttato. Non ho più nemmeno una sigaretta.
Esco, mi incammino dove so che le posso trovare, ma è domenica: il posto è chiuso. Torno sui miei passi e recupero le chiavi dell’auto. Ci sarà almeno un distributore automatico nei paraggi.
Salgo in auto e metto in moto, me ne fumerei volentieri una, ma non ne ho. Cazzo.
Vado al paese vicino, lo giro in lungo e in largo, cercando la fottuta insegna nera con la “T” di “Tabacchi”, ma non ne trovo. Ritorno sulla provinciale e mi spingo al paese dopo. Parcheggio: il paese è grande, un tabacchino lo trovo di sicuro. E infatti nella piazza principale, vicino alla chiesa, ecco l’agognata “T”. Il negozio è chiuso ma fuori c’è un grosso distributore giallo.
Faccio per prendere le monetine e intanto guardo il dispenser. E’ piuttosto datato, non si legge un cazzo oltre alla lastra di plexiglas.
Lo guardo meglio: è fuori uso.
Cerco di mantenere la calma e attraverso la strada. Prendo un caffè e chiedo alla barista dove posso trovare la mia sigaretta, sono nervoso, ma le parlo con gentilezza.
Lei fa mente locale, come se le avessi chiesto se mi aiutava a impagliare uno gnu, e poi la lampadina si illumina: prima via a destra, saranno cinquanta metri, sempre dritto, semmai chieda a qualcuno.
Ringrazio felice, come un bambino, come un tossico, e mi metto a scarpinare verso il bar-tabacchi chiuso con distributore automatico.
Cinquanta, cento metri, e trovo un bar aperto, senza tabacchi, senza distributore.
Saluto la giovane al banco, che sta servendo due anziane sciure in cerca di pasticcini per il tè. Aspetto il mio turno come chi si sta per cagare addosso davanti alla porta di un bagno occupato. Ostento tranquillità, ma sudo freddo.
Finalmente tocca a me, chiedo alla ragazza se conosce questo luogo leggendario ove, financo la domenica, è possibile approvigionarsi di sigarette. Ella lo conosce, me lo indica: ancora cinquanta metri, la strada sulla sinistra.
Cammino con lo sguardo a cercare dietro le curve e finalmente, come una celeste visione, mi appare la scritta “Bar-Tabacchi” riflessa nel vetro di una banca.
Mi avvicino al tabernacolo e cerco le mie sigarette. Non ci sono. Dal cielo una goccia di pioggia mi colpisce la testa. Scelgo quelle che ci assomigliano di più e metto le monetine, schiaccio il pulsante e mi godo il “Clonk” della mia dose che cade.
Libero la sigaretta dalla sua gabbia e me la accendo. Inizia a piovere sempre più forte, ma non mi interessa, adesso ho da fumare.
Qualche passo dopo ripercorro la mia piccola crisi di astinenza e mi sento un coglione. Questa sigaretta, già lo sapevo, ha un gusto che fa cagare, le gocce mi bersagliano, mentre torno all’auto. Seriamente, per la prima volta in vita mia, considero l’idea di smettere con le sigarette.
Intanto accendo la seconda.

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