Passo 1

Passo 1

I gabbiani neanche li sento, solo l’affanno soffiarmi dal naso e le braccia sforbiciare l’aria umida, mentre le mie gambe tallonano il suolo.
Rischio di perdere il treno, qualcosa è caduto sul pavimento fracassandosi in uno schianto di porcellana, un urlo spaventato da dietro l’angolo, il telefono lontano che squilla, sono in ritardo, in tremendo ritardo, ma non corro, solo un muscolo più lento. Vado di Passo 9. Odio questo finto camminare, questo finto correre, che si impiglia d’urgenza, emergenza, ansia. Rallentare. Voglio rallentare.
Allora scalo la marcia. La metro delle 17.23 la riesco a prendere, se tengo il passo 8, senz’altro non è niente di grave, ma voglio capire che cosa si è rotto, probabilmente è uno scherzo, però non si sa mai, male che vada richiameranno, è tardi, ma ce la faccio. Vado svelto, deciso, con la coda dell’occhio un gabbiano, mi pare, e poi giù nel sottopasso a cassarullare i tacchi sui gradini di gomma.
Poi rallento ancora un po’, perché più piano è possibile, non si dice “più piano”, ma è possibile. Più piano di così è “mi scappa da pisciare”, è Passo 7, ci deve essere un cazzo di bar in questo lunghissimo viale alberato. Vado di fretta, ma non voglio darlo a vedere, vedo i gabbiani volare, ma non capisco cosa dicono, la vescica mi tappa i timpani, vado verso il telefono, l’ennesimo piatto rotto, la signora che ha visto un topo, forse era un topo, e ha urlato di spavento. Sorriso di circostanza, ma non mi fermo, perché mi scappa da pisciare. Bar. Laggiù c’è un bar.
I gabbiani volano bianchi sopra il tetto del capannone e descrivono spirali mentre urlano, li vedo sparire dietro le cime dei cipressi, con un passo di anticipo sulla metropolitana, che mi piace arrivare prima, magari sedermi. Dopo però. Ecco perché questo è un Passo 6: so dove vado ed esattamente quando ci voglio arrivare, una punta di chiappa stretta, certo, perché non c’è tempo da perdere, ma un occhio alla strada, uno ai cocci in cucina, alla coda del topo che fulminea sparisce nel tombino, al telefono che mi squilla in mano e che lascio squillare. Prima la metropolitana e poi la telefonata.
Avete visto, cari gabbiani, quanto sono belle le mie scarpe nuove? Come luccicano al sole dei lampioni, mentre muovono di Passo 5? E’ di questo che urlate volando? E’ un urlo di invidia o di approvazione? E’ un grido lontano questo che sento o è un telefono che squilla? E’ un piatto che si rompe o uno strappo di tromba? Non mi interessa, io mi godo il paesaggio di me che cammino verso il sole e vi invidio gabbiani, perché voi mi potete guardare le scarpe, mentre le porto sulle piastrelle della passeggiata a mare, passo dopo passo, onda dopo onda.
Poi mi accendo una sigaretta, osservo il fuoco che lento arrossa il velo di carta sulla punta e incendia il tabacco. Aspiro di Passo 4, lento e profondo, il fumo bianco mi scalda i bronchi, il sole freddo di questo inverno mi accarezza la nuca, accompagnandomi. Urlano del mare lontano i gabbiani, di questo enorme capanno piatto che pare una grossa portacontainer, delle nuvole di vetro esplose per terra per colpa di un topo e di una donna spaventata, parlano di quanta aria c’è da respirare ancora, con calma, come l’onda quando arriva lunga, da lontano.
Qualcosa non va. Metto uno sguardo felino su quella faccia che non mi torna. Il Passo 3 è quello che, meglio di tutti, tiene i fili di questi muscoli da vecchio pugile, li prepara a esplodere, all’occorrenza, uno-due, gancio. Al massimo un ultimo destro, ma di solito non serve. Bastano gli occhi e le sopracciglia e questo mettere, lento, una gamba avanti all’altra, come una processione di querce, uno tzunami incatenato.
Spariscono gli urli dei gabbiani, fischia il sangue nelle orecchie, adrenalina, fiato, sera.
Per fortuna è un falso allarme, non c’è niente da menare, mi sento in colpa, cammino la colpa, abbasso leggermente il capo e mi guardo il Passo 2. Indeciso se restare o andarmene, se capire o limitarmi ad ascoltare, rallento perché il peso è tanto e l’aria si è fatta di gomma e piume di gabbiano. Un impasto di schegge di vetro e incisivi, scricchiola sotto le mie suole, facendomi valutare attentamente ogni singola mossa. Un pensiero mi si gonfia in testa e incolla le mie scarpe al marciapiede. Sempre più viscose, nere, legate al centro della Terra.
Metto radici.
Il tallone pesa quintali, sollevarlo richiede enorme volontà, ancor più grande coraggio. Poggio tutto me stesso sulla punta e faccio un passo, un Passo 1, vedo un cartello, ne sento l’odore, il rimbalzo dei suoni del mondo sulla sua faccia rossa, solcata dalla banda bianca.
Lontano i gabbiani vorticano furiosi, ma io sono un albero lontano adesso, che si sradica le sue caviglie in una fuga da lumaca di legno. Ce la voglio fare, ma non riesco. Mi fermo.

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