Galleggiare

palloncino

L’acqua del fiume scorre lì a due passi, ma non emette un solo rumore. Solo i miei tacchi sui lastroni del selciato regalano qualche suono a questa sera fredda, di stomaco pieno, testa vuota, gambe stanche.
Un uomo in bicicletta, anche lui coperto da un cappotto, mi saluta col campanello, faccio un cenno con il capo, chissà chi cazzo è. Non mi importa, il vecchio ponte è alle spalle, la città è stupenda, ma io vorrei stare lontano da qua.
Lontano dalle cose, dai loro significati, dalla loro stessa intima struttura, fatta di indistricabili matasse di elettroni.
Tutto ciò che siamo, che vediamo, che tocchiamo o annusiamo, è fatto tutto dalla stessa identica roba: protoni, neutroni, elettroni.
Questa roba compone me, te, il David di Donatello, le Cascate del Niagara, la cacca di una coccinella o la spada di Damocle. Tutto è un incredibile miscuglio di queste palline microscopiche, mescolate a casaccio come in uno scatolone di mattoncini lego dimenticati.
Ci credo che “nulla si crea e nulla si distrugge”! La roba di cui siamo fatti è immortale. Mescolabile in infiniti modi sì, ma sostanzialmente immutabile.
Via di fuga. Cerco una via di fuga.
Certo che a piedi, piedi fatti di neutroni, elettroni e protoni, dentro a scarpe fatte delle medesime particelle, è impossibile venirne fuori.
Mi avvilisco e abbandono la via principale per perdermi nei vicoletti bui del centro storico.
Muri scrostati, luci raffreddate, aria che sibila a seconda degli spigoli su cui soffia, niente mi sembra al riparo, tutto è ancorato nell’immenso bozzolo elettronico.
Legami che, presi singolarmente, sono facilissimi da rompere, visti tutti assieme creano un mondo indistruttibile.
Destra, sinistra, avanti e indietro mi portano sempre davanti alla stessa granitica certezza: di qui non si scappa.
Scelgo l’ultimo vicolo, quello in fondo, prima della resa. Lo percorro senza quasi più fiducia, con gli occhi rasoterra tra l’asfalto e l’intonaco.
Proprio lì, prima di girare ancora verso il fiume, incontro il mio angioletto. Bianco, appeso senza peso a un palloncino rosso che lo dondola felice, sotto la scritta “Sono libero”.
“Vieni con me” mi dice con una voce che non ho mai sentito, ma che riconosco.
“Ce la facciamo?” gli chiedo, ancorato come sono alla mia ottusa razionalità.
Lui ride, come solo i bimbi sanno ridere, e mi prende la mano. “Certo che ce la facciamo. Non lo vedi come è rosso il palloncino?”
Verso l’alto. Come ho fatto a non pensarci prima?
“Pensi troppo tu, andiamo” e con una spinta mi porta in su.

Annunci

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...