Zen e Cognac

Zen e cognac

Onda dopo onda il mare calmo prova ad ammucchiarsi a riva, ma si autoboicotta con la risacca. Il letto di sassi fa il resto, assorbendolo subito sotto gli scogli e risputandolo al largo.
Dove il fiume stanco si abbandona alla foce, l’acqua è meno salata e stupida come l’acqua leggermente frizzante che ti propinano in certi ristoranti. E’ proprio lì che i giovani cefali giocano a fare i predatori, in modo da essere pronti, per quando sarà il momento di essere prede.
Piove aria secca sulle lame di luce che galleggiano sull’acqua, i richiami dei gabbiani sembrano i cori de Lo Stato Sociale, e io penso “Drogarsi meno, drogarsi tutti”.
Mi accendo una sigaretta, per vedere se ci riesco a soffocare, me la fumo e non soffoco, allora non ce l’ho ancora fatta, ma vabbé. C’è tempo, in questo infinito Autunno.
Charleston, rullante, grancassa. Tengo il tempo e guardi i muri. Fotografo le scritte fatte con le bombolette spray, penso allo zen e la tosse, allo zen e le benzodiazepine, allo zen e l’amaro, in pigiama, sul terrazzo.

Pagina dopo pagina il libri si ammucchiano sugli scaffali della grossa libreria, quasi nessuno li sfoglia, mi viene la voglia di comprare “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze” di Bukowski, ma la riassorbo. Vado a pisciare dietro un porta coperta da una gigantografia di Stefano Accorsi.
Il fiume stanco degli acquirenti si accalca alle casse, ognuno col suo grumo di libri in braccio, io col mio sottilissimo libro tondo, di quelli che suonano. Pago, fumo, alti e bassi, guerre lampo, portici e sacchetti, perseverare, ancora sacchetti. Vecchi, vecchi in coda, schermo piatto, fumo.
Spegnere il cellulare, tossire col pensiero, dormire. Incubi di campagna, cassa, rullante, 120 battute al minuto. Un cellulare squilla nel buio, che ti prenda un colpo, ritmi lenti, coerenti, tensioni lumacanti, brani al piano, mani sapienti, ricordi di piedi, ghiaccio trasparente, vette lontane, sigarette riesumate.
Esco, luce che si spegne, accendo una siga, la fumo. Soffoco domani, tanto c’è tempo. Abito una scatola vuota, dove si sente il vento fischiare un motivo che non riconosco, ma che resta in testa. Ad aver spazio, in testa. Tiri sotto l’incrocio, la dura vita del portiere, stringere bene attorno ai polsi, tuffarsi, allungarsi, dare culate per terra, impedire, resistere, respingere.

Bottiglia di liquore, cuffie, tastiera, le note non le conosco, ma le so scrivere, le leggo, ma non le capisco, le ballo, ma resto fermo, non piove più in questo infinito Autunno, una roba che spinge nel fianco, la tosse, forse manca poco, forse invece no.
Progettare scenari futuri, innaffiare una piantina, procurarsi la droga, accalcarsi sotto il palco, pogare prepotente, i nuovi poveri, quelli vecchi.
Cali ponderali, chilometri lanciati, balzi e allungamenti, sigarette, accordi dimenticati, la bellezza del diesis, il buio della notte, il senso perduto, presentazioni PowerPoint.
Cognac alle pere, notti lunghe, l’agguato della tosse, la nobile arte del ping pong, un racconto contagioso, alcol passivo, posacenere sullo sfondo, eruzioni balcaniche.
Insomma, il giorno è andato, sono ancora vivo, tramo la Rivoluzione fumando con uno chef, e credetemi quando vi dico: ce la faremo.
Se fumassi meno, se bevessi meno, se amassi di meno. Sai che palle. Fate il cazzo che volete, fratelli.
Armate il prossimo, come armate voi stessi e mi raccomando: guardia alta.

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