Brucia

Ceri

Preghiere in fila, sogni da esaudire. Fiamma, carne o cera non importa: brucia.
Brucia perché lo vuole un qualche dio, brucia perché lo dice la scienza.
Brucia perché c’è ossigeno, brucia perché c’è qualcosa da bruciare.

Ho provato odio, qualche volta.
L’odio brucia veloce, perché l’ossigeno che gli serve glielo do io, soffiandogli sopra il mio affanno.
Respiro male, il fumo mi annebbia, e lo faccio avvampare.
Solo che non brucia il mio nemico. Brucia me, mi consuma veloce, mi riduce a brace rovente che, una volta raffreddata, è da buttare.
L’odio non mi ha mai migliorato la vita.

Non sono capace di pregare o almeno così credo.
A volte ci provo, ma non si accende, come una sigaretta rotta, come un fiammifero contro vento. Quelli son momenti in cui invidio chi ci riesce.
La preghiera brucia lentissima, nel silenzio scricchiolante delle panche, tra le foglie appuntite di un antico giardino, e splende muta tutto attorno.
Brucia la paura, la preghiera, e lascia tutto attorno una bianca fuliggine profumata che a un distratto potrebbe sembrar un sottilissimo velo di polvere.

Con gli anni ho guadagnato qualche chilo, qualche capello bianco e tanta pazienza in più. Ed è una calda benedizione la pazienza, quando gli aghi ghiacciati della rabbia si conficcano dove fa più male.
Brucia come la pancia di una stufa di ghisa, la pazienza, e tiepida conforta le ferite, rilassa il pensiero e sbroglia l’istinto primitivo della reazione.
Va nutrita di pensieri cattivi, serpi velenose, falsità, menzogna e violenza, ché la merda brucia bene, ché la merda brucia lenta.

Brucia. Brucia la mia gola. Per le troppe sigarette, il troppo parlare, per il troppo poco scrivere, per il freddo buio che scavalca il mio bavero alzato, per i pensieri bagnati che sgocciolano giù per il collo.
Ci vorrebbe una sigaretta, per questo mal di gola, ma non ne ho nessuna voglia. Mi toglie la tosse lì per lì, ma mi incatrama ancora un po’. Mi ammazza ancora un po’.
Niente sigaretta. Non è questo il momento di morire.
Ci vorrebbe una bottiglia, per questo mal di gola, di roba bella fredda, che dia sollievo alle corde vocali oltre che allo spirito. Una pozione da Stregone insomma, una falsa amica. Mi dispiace, ma non ci credo.

E allora non mi rimane che raccogliere tutta la fatica di queste ultime due settimane, come fosse il cartone di vecchi scatoloni usati, e posarmela con garbo sulle gambe, sulle spalle e lasciarle finire il suo lavoro.
Aspetto il sonno, ascolto il dolore. Lentamente svanisco.
 

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