Neanche un po’

Un mese come un altro 24_08

Vengo dalla terra della verde foglia che sa di Mediterraneo, del piccolo pinolo che pianta il suo sapore tra il pecorino e il grana, mentre l’olio tutto abbraccia e coinvolge in un orgasmo di pesto.
Vengo da un terra che è soprattutto mare, che ti riempie il sangue di sale e così i pensieri, la pelle.
Vengo da una terra che ti figlia e che ti tiene, non ti molla e che, se te ne vai, fa finta di niente, ma se la segna.

E io l’ho fatta grossa.
Ho amoreggiato per più di una settimana con la puttana di montagna, salendo sui picchi, godendo dei panorami, apprezzando i laghi e la pioggia il pomeriggio.
Ho imparato ad aspettare le nuvole, a guardare da lontano i prati e non le onde, a cercare in cielo l’ala nera del corvo invece di quella bianca e grigia del gabbiano.
Ho mangiato bretzel invece di focaccia, wurstel invece di acciughe fritte in Alto Adige.

Genova è gelosa, Genova è superba e si incazza per molto meno. Non c’è dubbio: mi aspetta al varco.
Resta lì e attende che io macini i miei primi 400 chilometri del viaggio del ritorno, che mi stanchi, che non reagisca più ai caffè negli autogrill.
Mi aspetta sui Giovi, le colonne d’Ercole della Liguria, per comunicarmi il suo disappunto per l’avvenuto tradimento.

Poco prima della salita di Busalla, scaraventa sull’autostrada un muro d’acqua. Gocce enormi a raffica, come stare in un auto lavaggio, per venti chilometri.
Molte auto si fermano, anche col tergicristallo al massimo si vede pochissimo, si procede a 40 all’ora sollevando onde d’acqua e fango in salita. Guadando laghi dove la strada si infossa dopo le discese.
Non sono sicuro di arrivare a Genova. L’acqua, invece di calare aumenta, tuona sotto il cielo nero. Io mi curvo sul volante e fisso gli stop delle auto davanti a me.

All’improvviso, scollinato Bolzaneto, la pioggia diventa normale e così la visibilità. La sfuriata è finita. Il messaggio Genova me l’ha dato. Io l’ho ricevuto.
Ma non sono pentito neanche un po’.

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