Lo zingaro

Un mese come un altro 20_08

Veste una giacca della tuta, aperta sul petto nudo, un paio di braghe corte sotto il ginocchio e delle consunte infradito rosse. E’ spettinato, la barba incolta su di una pelle molto, troppo, abbronzata. Sguardo torvo. Sembra uno zingaro. Sicuramente è uno zingaro.
Fissa le montagne in cima alla valle da dietro gli occhiali.

La donna sta portando a spasso il cane e lo ha visto da lontano: una enorme massa scura, appoggiata coi gomiti sulle ginocchia. Pure così piegato fa paura.
“Speriamo non mi noti” pensa la donna accelerando il passo. Purtroppo gli deve passare vicino, non può tornare indietro.
“Speriamo non si alzi” perché fa paura e deve essere un armadio di almeno un metro e novanta.

Mentre si avvicina le aumenta l’ansia, il cagnolino peserà tre chili, non può essere un utile deterrente. “E’ grosso, ma probabilmente è lento. Al limite mi metto a correre”. Vie di fuga nessuna, a parte i campi, ripidissimi.
Mancano cento metri ormai, poi gli passerà dietro, sul ciglio della strada, poco prima della curva. Decide per uno sguardo fisso in avanti e un passo veloce.

Io mi tiro su la zip della giacca della tuta. L’aria che tira dai monti chiama pioggia, che per altro, guardando verso Ridanna, si vede già cadere come una immane tenda bianca.
Penso a cosa scrivere sul diario oggi. Una tizia col cane mi passa dietro senza nemmeno salutare.
Che idea del cazzo mettersi le infradito, sembro uno zingaro.

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