Un pirla a digiuno

Il cielo è troppo luminoso, troppo bianche le nuvole, troppo celeste il resto.
E non resta immobile il cielo, non mi gira la testa, no, ma non sta nemmeno ferma.
Chiudo gli occhi e li riapro, ma il quadro non cambia. Il cuore batte fuori giri e l’affanno non mi butta abbastanza ossigeno nei polmoni.
“Faccio fatica a respirare, mi sdraio. Tirami su le gambe” sono state le mie ultime parole.

Mi formicolano le mani, segno che la teoria dei vasi comunicanti ancora funziona, sudo freddo, ho la faccia bianca.
Sono pronto a svenire, o a morire, che cazzo ne so.
Non ho dolori, solo una fiacchezza immane e sto affanno tachicardico.
Se è così che si muore, ci metto la firma.

Però non muoio. Dopo le mie ultime parole, ecco le prime: “Ora va molto meglio”.
Sono a 1700 metri sul livello del mare. Ne mancano altri 35 per raggiungere la fottutissima malga. Mi siedo sulla panchina in legno che mi ha fatto da barella e chiedo quanto è distante il punto dove dobbiamo arrivare. Sembro Tom Hanks poco prima di morire ne “Salvate il Soldato Ryan”, nemmeno la testa riesco a girare.

Me lo dicono: “Poco”, ma non ci credo. Mi giro e vedo altri 200 ripidissimi metri.
Mangio roba dolce, bevo e, con il vigore di un centenario all’ospizio, mi tiro su e, con grande dignità, proseguo fino alla meta.

Cosa ho imparato da questa giornata sui monti?
1) Portarsi sempre roba asciutta di ricambio.
2) “Moderata e costante salita adatta alle famiglie” stocazzo. Maledetta guida.
3) Ricordarsi che prima di tre ore di camminata in salita la solita colazione caffè e yogurt magro è insufficiente.
4) Questo mese vuole ammazzarmi.

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