Pascolando

Un mese come un altro 16_08

Quattrocentosettanta chilometri. Non sono un gran che per me, sono allenato a guidare tanto e non li patisco, tranne per il traffico mano a mano più lento e quei cazzo di autogrill mignon, sull’autostrada del Brennero.
Sveglia alle 4.30, partenza alle 6. Ecco questo, all’alba delle 14 comincia a pesare.
Prima che la patina opaca della stanchezza mi cristallizzi sul letto, metto una felpa sulle spalle e mi metto a camminare in salita.

La stradina di montagna è deserta, accompagnata da prati ripidi e larghi, dal torrente a fondovalle e dalla foresta di conifere sul monte di fronte.
Un pesce fuor d’acqua che cerca di capire come usare le branchie nell’erba. Questo probabilmente sembro agli occhi di chi da queste parti ci vive da sempre.
Eppure cammino, so in che direzione sto andando, il passo e il respiro ci sono.

Alla fine della salita, c’è una minuscola chiesetta, lì a fianco una panchina solitaria, come un trono elevato sul grosso pascolo sottostante. Un piccolo albero guarda il cielo per capire se deve far ombra o proteggere dalla pioggia.
Mi siedo.
Semplicemente mi siedo e ascolto una gamma di suoni che mi sono amici, anche se per niente familiari.

Qualche grillo, che si era zittito al mio arrivo, ha capito che sono innocuo e ha ripreso il suo cri-cri. Io li cerco con gli occhi tra l’erba mezza brucata dai ruminanti, ma senza successo. Sui fili d’erba ancora campeggiano grosse gocce della pioggia mattutina e, in fondo al prato, qualche grossa mucca comincia a scampanare.

Non c’è un suono che assomigli alle onde del mare, eppure il vento, anche se è un altro vento, parla la mia stessa lingua. Per questo capisco il disegno che pettina soffiando sul prato, per questo mi trovo così a mio agio in silenzio, appeso, quassù.

E quando le prime gocce di pioggia mi benediscono il coppino, l’aria cambia di sapore. Non c’è traccia di sale in quest’acqua, eppure le branchie stantuffano, sono vivo e vegeto, un pesce al pascolo.

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