Melomane

Un mese come un altro 14_08

Nel mio quartiere la parola “Melomane” non è pressoché conosciuta. Nessuno, credo la usi, se non di nascosto, per paura di essere sentito.
Eppure al secondo piano del mio palazzo un melomane, e che melomane, lo abbiamo. In carne, ossa e casse.
A proposito di tale individuo gli autoctoni usano diverse definizioni. Al posto di melomane, usano molto spesso il turpiloquio.
La veemenza con cui i più si scagliano su quest’uomo è proporzionale alla distanza del loro domicilio dalla fonte di musica.
Da quattro piani di distanza in su: “Cosa sono queste urla?”
Tre piani di distanza: “Senti sto scemo come tiene alta la musica!”
Due piani di distanza: “Adesso chiamo i carabinieri”
Chi gli abita sopra o sotto, o di fronte ad esempio, tende a preferire l’insulto diretto dalla finestra, permettendo a tutto il quartiere di condividere i concetti espressi.

Rincasando poco fa, il factotum della città, Figaro qua, Figaro là, rimbombava a due isolati di distanza e, mentre io camminavo dirigendo un’immaginaria orchestra, dai palazzi di fronte si udiva forte e chiaro il controcanto del quartiere.

“Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:”

“Rincoglionito! Chiudi!!!”

“Qua la parrucca… Presto la barba…
Qua la sanguigna…
Presto il biglietto…”

“Ah scemooooo!”
E da un’altra finestra:
“Spegni che chiamo i carabinieri!”

Ma il factotum, tutti lo cercano tutti lo vogliono, continua a riempire di note bellissime il quartiere e l’androne del mio palazzo.
Un altro suono però si aggiunge. Un citofono suona senza interruzione. Lo sento davanti al portone, lo sento urlare dietro una porta del secondo piano. La casa del melomane.
E’ evidentemente scattata una rappresaglia: qualcuno gli ha bloccato il tasto del citofono con uno stecchino, (spero solo con quello e non con la colla rapida).

Prendo l’ascensore e Figaro qua, lentamente, rimane là: al secondo piano, assieme al citofono urlante.

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