La vespa

Un mese come un altro 09_08

Sono tornate le vespe. In ritardo con la stagione, solcano l’aria bollente come proiettili ronzanti, sfrecciano tra gli ombrelloni senza impattare mai come piccoli lampi alati.
Sfiorano gli orecchi, facendo saltare la gente, terrorizzano i bambini, per poi sparire per un po’ e poi tornare a spaventare senza posa.
Indisturbate banchettano tra le siepi e si godono l’immunità che la paura del pungiglione dà loro.

Bada bene: la paura, non il pungiglione in sé.
E’ la paura l’arma più forte di questa bestia, quello che non si sà con precisione, che si intuisce appena, ma non si conosce a fondo. “Cosa mi succede se…” questa è la paura con cui, di fatto, la vespa comanda.
Per questo motivo funziona, è così che un insetto di pochi insignificanti grammi riesce a tenere in scacco creature immensamente più grandi di lui.

E vedeste come si bea, questa vespa, nell’avvicinarsi alla vittima e a vorticare ronzando attorno alle braccia, ai fianchi! Che potere immenso il paralizzare con la paura.

Purtroppo per lei però, la Natura ha deciso che non sia solo la paura a contare, contano le dimensioni ad esempio, e tanto altro ancora.
Se sei coniglio, se sei elefante, sei foglia o un fottuto insetto di due centimetri, prima o poi la ruota gira e bisogna farci i conti.

Prima o poi la paura finisce e allora la temibile vespa si rivela per quel che è: nient’altro che un cazzo di insetto che, da predatore, può ritrovarsi a diventare preda.
Preda per diletto, non per essere mangiato, preda per finita sopportazione di quel ronzare che sembrava un bombardiere e invece è molto meno di una scorreggia.
Preda per l’enorme soddisfazione di restituire con un colpo solo, in genere di suola, tutta la paura accumulata. (Il LaoTze dice: “Quello che vespa chiama FINE DEL MONDO, resto del Mondo chiama: CIABATTA)

Vi confesso che, dopo il colpo di infradito (degno del miglior Federer), guardarla agonizzare un po’, per quanto mi riguarda, è un sottile piacere.

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