L’irreversibile

Un mese come un altro 03_08

Preferisco il mattino per le mie scorribande atletiche. Non è una scelta dettata dal caldo estivo, faccio tutti sti chilometri proprio per sudare, è piuttosto la ricerca di qualche isola tranquilla, dove ancora i rumori non si sono svegliati, dove poter pensare, e magari ricordare, in pace.
Nel mio percorso “standard” attraverso diverse volte il Bisagno, il torrente sulle cui sponde ho sempre abitato (salvo le parentesi lombarde). Grazie ai ponti evito i tratti con più rumore, traffico, gas di scarico e mi rifugio sui marciapiedi più larghi, magari all’ombra, se l’ora lo permette.

Non immaginatevi nulla di simile ai ponti sull’Arno a Firenze o a quelli sul Tevere a Roma, il Bisagno vanta soprattutto pontacci di cemento e asfalto, generalmente sporchi, arrugginiti, da percorrere con gli occhi socchiusi nei giorni di vento o in fretta, d’estate, alla ricerca dell’ombra.
Fa eccezione Ponte Carrega, simpatico ponte settecentesco, che solca le due sponde in corrispondenza del gasometro. Al posto di quel groviglio di tubi, serbatoi e valvole, fino al 1907, c’era un campo di calcio. Uno dei primi in cui ha giocato il Genoa.
Oggi, l’unico a ricordarsi di quei bei tempi, in un quartiere stravolto rispetto alle origini, è proprio il piccolo ponte in pietra, con i suoi archi e la sua gobba.

Molti dei ponti sul Bisagno sono esclusivamente per uso pedonale, stretti, di cemento e asfalto, altissimi sul greto vuoto del torrente, con la ringhiera verde, sistematicamente intaccata di ruggine qua e là.
Uno di questi, lo attraverso quando passo in prossimità del quartiere dove ho vissuto i primi trentadue anni della mia vita. Ci passavo da bambino, con mia madre e mia sorella, per andare “di là dal ponte”: un luogo magico, per la mia mente di cucciolo, in realtà un sentiero di campagna, un albero e tanta terra.

Ricordo di una volta in cui lo attraversai palleggiando il pallone bianco e azzurro della SPAL (ricordo di una recente visita ai parenti ferraresi); ero l’unico in tutta Genova a possedere un oggetto così.
Non sono mai stato molto coordinato nei movimenti e quel bellissimo pallone della SPAL lo capì al volo: rimbalzò sulla mia faccia, sulla ringhiera, la mia mano tesa lo mancò, i miei occhi sgomenti lo guardarono cadere nel torrente in piena.
Io piangevo, il pallone della SPAL viaggiava verso il mare assieme a metri cubi di Bisagno.
Decenni dopo, nella stagione 2012-2013, la SPAL è fallita e, dentro di me, sento che un po’ è colpa anche mia.

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