Il Cowboy

Un mese come un altro 02_08

Come un tossico mi aggiro per il quartiere in cerca di una storia da raccontare. Non me ne serve tanta, solo una dose, giusto quel tanto che basta per arrivare a sera. Il problema è che questo è un diario in presa diretta e quindi devo trovare un qualcosa di vero, non una fantasia, e la realtà non è così facile da distinguere e da raccontare.

Ecco perché sconfino nel quartiere vicino e arranco su per Via Montaldo di Domenica mattina.
Ho pensato che, cambiando zona, avrei potuto vedere le cose sotto un altro punto di vista, trasformare un incontro accidentale in un racconto interessante.
E invece niente. Da queste parti sembrano dormire tutti, cazzo! Di che racconto? Di un lampione coperto di adesivi? Della vecchia Fiat Ritmo piena zeppa di sacchetti di plastica? Non incontro un’anima.

Così annaspo nervoso, frugo in ogni anfratto per scovare la mia dose, impreco sottovoce e sospiro, quando, poco prima di arrivare in Piazza Manin, la mia dose di illuminazione quotidiana finalmente si manifesta.

Indossa un paio di Superga bianche senza calzini, pantaloncini kaki e maglietta a maniche corte mimetica. Porta gli occhiali e, in testa, un fottutissimo cappello da cowboy in pelle marrone.
Avanza con le braccia lungo i fianchi, come se da un momento all’altro dovesse afferrare la colt e farmi secco, solo che sembra in mutande e il cinturone con le pistole non ce l’ha.
Cammina con passo deciso e ha uno studiato sguardo western, sembra dire:”Straniero, questa è la mia via”, mentre mi fissa negli occhi.

Io, rispettando il mio ruolo, sostengo il suo sguardo, cercando di non far trasparire la mia immensa ammirazione per lui. In fondo sono lo straniero, il cattivo del film e devo ricambiarlo con uno sguardo torvo.
Il duello di pupille succede passo dopo passo, lui in discesa, io in salita. Nell’istante in cui ci sfioriamo nessuno dei due sposta gli occhi da quelli dell’altro. Entrambi proseguiamo e nessuno dei due corpi stramazza a terra. Che mira di merda…

Quando mi volto per seguire la sua discesa a valle, lui non c’è più, forse inghiottito da un portone o da una viuzza secondaria.

Peccato. Sarebbe stata una bella immagine per chiudere questo pezzo.

 

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