Cinquantacinque petali

Cinquantacinque petali

Li ho contati. Sono cinquantacinque.
Non l’avevo mai fatto, eppure ci vivo in mezzo ai fiori, ma stamattina questo sole di Maggio me ne ha messe così tante sotto gli occhi, di margherite, che non sono riuscita a resistere.
Ne ho colta una e ne ho contato i petali: cinquantacinque esatti. Bianchi, sottili come capillari di neve, brillavano sul verde dell’aiuola.
Per sicurezza conto quelli di un’altra, poi di un’altra ancora e trovo sempre lo stesso, confortante, cinquantacinque a traboccare dalle mie labbra. Sorrido.
Le mangio una dopo l’altra, per spiegare loro perché ho deciso di porre fine alla loro vita e mi incammino lenta sulla ghiaia del vialetto, in direzione del bancone delle composizioni.
Con la coda dell’occhio vedo ancora l’aiuola che, a giudicare dai suoi colori, contiene all’incirca mille margherite, come quelle che ho mangiato.
Il bianco e il giallo di quei minuscoli fiorellini non copre omogeneamente tutto il verde che c’è, piuttosto sono chiazze di colore, epidemie sbocciate a seconda dei capricci del vento.
Mi fermo e conto dieci margherite nell’arco di un decimetro quadrato. Ne conto venti, trenta, cento.
Mi incarto, ricomincio, mi isolo dal mondo e da questi cazzo di uccellini che pungono i miei timpani e mi rubano l’attenzione. Centoventiquattro, centoventicinque.
Non penso ai fili d’erba, che sono tanti, troppi di più, e resto concentrata su quei piccoli cerchi bianchi che ora sono settecentonovantadue, settecentonovantatre.
E’ amaro il sapore della margherita, acidulo il retrogusto, non voglio sapere il perché.
Scusate se vi ho mangiato, ma avevo bisogno di capire. Millequattrocentoottantanove. Più le tre che ho mangiato fanno millequattrocentonovantadue.

Arrivata al bancone c’è un tizio che aspetta impaziente, guarda l’orologio costoso e legge le e-mail sul cellulare.
“Come posso aiutarla?” gli chiedo più gentile che posso. Lui trasfigura, mi squadra da capo a piedi e drizza la spina dorsale; appoggia quindi il gomito al balcone e mi spiega di cosa ha bisogno.
“Vorrei una composizione floreale per la comunione di mio nipote. Purtroppo vado di fretta, sono appena tornato dagli States” – dice così: “States” – “e ho poco tempo. Una cosa è certa però: voglio stupire.” fa una pausa ed esibisce un costoso sorriso senz’anima.
Chiuso il sorriso, sospira e sottolinea che: “Guardi: i soldi non sono un problema.”.
Mi guarda come se fossi uno dei fiori in vendita, lasciandomi addosso una sensazione sgradevole e lo stesso deve succedere alle rose gialle, perché tre di loro perdono un petalo, all’unisono.
Là fuori le margherite mi guardano come a dirmi di sbrigarmi, di servire in fretta il signore e mandarlo via.
Probabilmente lui si aspetta che io sciorini tutto il listino con tanto di prezzi, di modo che possa scegliere senza dubbio alcuno “Quello più costoso”. E’ per questo che lo vedo sgomento quando gli chiedo: “Come si chiama suo nipote?”
“Roberto…”
“E cosa gli piace fare a Roberto? Che tipo è?” ogni fiore ha un suo respiro, va messo accanto a qualcuno con cui si possa trovare bene. Anche se questo signore non lo sa; lo so io e tanto mi basta.
“E’ un ragazzino come gli altri, che ne so?” mi risponde infastidito “e comunque guardi: i soldi non sono un problema. Scelga il meglio. Ad esempio: quei grossi margheritoni là. Belli! Quanto vengono?”
Sono gerbere e non sono un fiore da Roberto. Glielo spiego con calma perché, anche se non lo conosco, per Roberto ne vale la pena. Le gerbere no.
“Peccato…sono belli.” dice spostandosi verso i Lisianthus.
“Si allontani subito da quei fiori!” gli dico facendolo sobbalzare. “Quelli proprio non sono fiori da Roberto. Semmai adatti a un Maurizio, ancor meglio a un Eugenio, ma per un Roberto proprio no.”
“Roberto ha un bel sorriso. E ride forte, spesso.” Mi risponde lasciando cadere le braccia lungo i fianchi, in segno di resa.
“Ride forte e spesso. Molto bene…” ripeto tra me e me guardandomi attorno.
Sorrido, chiamo a me i limoni e mi metto al lavoro.

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