Le lettere buttate

macchina da scrivere

Ricordi il vecchio con la barba grigia, che raccontava le sue storie alla fermata del metrò? Lo ricordi il suo logoro cappotto marrone, che aveva macchie di unto sulle maniche e una lunga chiazza di muschio sulla schiena?
E le tasche piene di fogli dattiloscritti, che teneva legati con lo spago, le ricordi?
C’eri quella volta in cui scoprimmo che nei fogli, su cui leggeva le sue meravigliose storie, non c’erano altro che mucchi di lettere a casaccio? Soprattutto consonanti, gruppi dispari di sette o più lettere, con una rigorosa punteggiatura, ma completamente senza senso.
Eppure la storia filava: si fermava un attimo ad ogni virgola. Due attimi ad ogni punto. Un attimo ed un sospiro ogni volta che girava la pagina.
E gli occhi dei bambini che ascoltavano le storie di quel vecchio, li ricordi? Spalancati, luminosi brillanti sotterranei.
Quanti treni ha fatto perdere quel vecchio! Quanti viaggi ha regalato. Io, dopo averlo incontrato la mattina, me ne andavo in ufficio portandomi sempre dietro un pochino di quella voce roca e di quei sorrisi felici che faceva a chi si fermava ad ascoltare.

L’han trovato che rideva, o almeno così dicono, stretto nel suo cappotto, ché di notte fa ancora freddo, morto vicino al sottopasso della stazione di San Giorgio.
Io sono arrivato che l’avevan già messo sul furgone della mortuaria, la stazione stava per aprire e si doveva fare in fretta. Appoggiata al cassonetto giallo della carta, come una vecchia bagascia sdentata, sorrideva la sua macchina da scrivere.
Non mi è venuto subito in mente, ma appena il camion della nettezza urbana si è avvicinato ho realizzato: non avranno mica buttato via anche le sue storie? Allora è stato un attimo, ho scoperchiato il bidone e l’ho rovesciato per terra, inondando di cartacce il selciato e frugando con ansia nel timore di trovare quei fogli sconclusionati. Per fortuna ho solo fatto la figura del matto, perché di quei fogli magici non c’era traccia.
Per evitare discussioni con i netturbini, che da lontano intuivano il disastro che avevo loro apparecchiato, sono scappato al porto antico e mi sono messo a guardare il mare e i riflessi dei grossi tubi del Bigo disegnati sull’acqua.
Le bocche dei primi cefali a pescare briciole in superficie.
E centinaia di piccole barche di carta, piene di interminabili righe di consonanti, a navigare verso Oriente.

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