Una palla di carta

Albero

Mi fa male un occhio, mi fanno male i bronchi ad ogni colpo di tosse, e i lombi, storti di fatica, nervosi. Ho appena visto un film che scappa come un’anguilla, ma che, se te ne stai lì buono ad aspettare, alla fine ti si accoccola vicino come un grosso cane beige. Parla di quello che ti succede, parla del niente che ti rimane, di stracci bagnati senza speranza, di buoni consigli e drammatiche amnesie: un piccolo miracolo laico, che ben si accoppia con le Seppie alla Ugo. Cuociono nel vino rosso, con le melanzane, ballando tra le olive e i pinoli, e te le trovi lì nel coccio, assieme a una mezza patata bollita. Tutto ha il colore scuro del vino, ma ogni boccone ha un sapore diverso: una lotteria del gusto che è un vero peccato non conoscere. Il bianco va giù facile mentre provo a capire di cosa posso tornare a scrivere, ché sono quasi due mesi che non scrivo un pezzo, e inizio a pensare che forse ho esaurito gli argomenti. Non mi viene in mente niente che valga la pena di essere scritto, prendo appunti sulla tovaglia di carta giallognola, ma scrivo di oggetti, di cose, niente che abbia un’anima, niente che abbia la forza di sopravvivere al racconto. Scrivo e cancello, bevo e cancello. Guardo insoddisfatto il mio elenco zoppicante e decimato da righe nere e ne faccio una palla, che metto sullo spigolo del tavolo. Mi fermo, perché se non scrivi qualcosa che respira da solo, devi posare la penna e aspettare. Un altro mezzo litro di bianco, che da Ugo te lo servono nelle bottiglie del latte, quelle che avevano il tappo di stagnola, il cui segno sul collo di vetro ancora campeggia. Bere non aiuta a scrivere meglio, aiuta a sopportare il silenzio che ti popola la testa, che ti svuota la penna e trasforma in “e” ogni tasto della tastiera. Potrei scrivere, mi viene in mente, di quell’albero assurdo che sbuca dalle mura di Forte Quezzi. Quello che non so come, e nemmeno quando, ha deciso di percorrere quel sottile pertugio, inseguendo la luce allargando il buco, anno dopo anno, sprezzante del pericolo. Quando me lo sono trovato sopra la testa ho pensato ad uno scherzo, invece no: è proprio un cazzo di albero che si procaccia la luce, nonostante il muro. L’ho guardato ammirato sussurrando tra me e me: “Guarda sto figlio di puttana…”. Doveva essere una piantina da niente il giorno in cui si è detto: “Vaffanculo! Io mi infilo qua!”. Sì, mi dico, potrei scrivere proprio questa storia. Contiene coraggio, disperazione, bisogno. Contiene addirittura la speranza, che è merce rara ai giorni nostri. Sì, ribadisco, potrei scrivere di questo. Ma il vino scorre più dell’inchiostro, ben più agile pesce delle seppie che si impigliano nella mia penna, rimane solo l’alone della condensa su quella carta gialla, e qualche piccola macchia di sugo. L’impronta di pesto della forchetta a fianco, una palla di carta in bilico. Chiedo un caffè. Scriverò un’altra volta.

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3 commenti

  1. Sarai anche un riempitore di spazi, ma io raramente ho trovato spazi cosí accoglienti, caldi, vissuti.
    Ti ho scoperto stamani, per caso, su twitter e ora ho fatto un giro nel tuo blog, passando da una stanza all’altra, da uno spazio all’altro appunto, e mi é sembrato di essere a casa.
    Grazie, dopo una giornata di cazzate, insulti e fiumi di retorica ed ipocrisia avevo proprio bisogno di riconciliarmi con il mondo (della scrittura).

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  2. Il tuo scrivere anche (ma solo apparentemente) del nulla cattura l’attenzione e ti inchioda fino alla fine che come sempre arriva sempre troppo presto. Inoltre mi ritrovo appieno in quanto hai scritto, anche io vivo periodi lunghi di assenza dallo scrivere e ogni volta si rimanda sempre ad un futuro più o meno prossimo…che vivo con angoscia e frustrazione pensando di aver esaurito gli argomenti. Leggerti può essere una cura per trovarne di nuovi. Bravo bravo.

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