Non riesco a respirare

Ultima_cena
Secondo te, un amico, un fratello, lo si può vendere per 30 carte?
C’è una cifra che valga la vita di un uomo? No. No che non c’è.
La serata è andata alla grande, come al solito, Lui era in forma.
Ha cominciato a raccontare di quella volta a Cana, ha fatto finta di rifarlo per far ridere le ragazze. Poi ha tirato in ballo aneddoti imbarazzanti su Bartolomeo, Luca e Taddeo e infine ha iniziato a cantare. Prima sommessamente, per invitarci a fare coro, e poi con tutti gli altri, sguaiatamente.
Ovviamente il tutto disturbando gli altri avventori, e bevendo il vino della casa.
Lui versava e sorrideva e raccontava, come se si fosse dovuto ricordare di tutte le belle cose fatte, proprio quella sera.
Pietro, cintura nera di barzellette sconce, ci ha fatto ammazzare dalle risate con quella del pappagallo che dice solo la parola “Suca”. Tommaso, in disparte, si mandava messaggini con la tipa, ora corrucciato, ora sorridente.
“E’ tardi, Gesù” gli ho sussurrato all’orecchio “domani sarà una lunga giornata”.
Lui ha sorriso e mi ha detto: “Si vive una volta sola”. Poi ha alzato tre dita della mano destra e ha ordinato un giro di amari.
“E allora amari. Se sta bene a Lui, sta bene pure a me” mi sono detto. Sorridendo al rumore di fondo, mi sono perso nei miei grappini e mi sono goduto la scena che mi si parava davanti. Mentre Gesù, Filippo e le due sorelle di Taddeo, si esibivano in tutto il repertorio dei “Ricchi e Poveri”, Andrea e Matteo si sfidavano a braccio di ferro. Bartolomeo, a capo tavola, intrecciava una dotta dissertazione politica con una ragazza di Ferrara, di cui non ricordo il nome, nel suo consueto modo pacato. Lei sorrideva. Bellissima.
Così me li voglio ricordare gli amici miei, i miei fratelli: a goderci momenti belli, senza paura, senza pensieri.
Allo spuntare dei primi sbadigli, la gente cominciava a salutare, come sempre con baci e sorrisi, stanchi data l’ora. Per ultimo lo salutai io, con un abbraccio, mentre lui in un orecchio mi diceva: “Domani replichiamo, eh Giù?”. Lo guardai uscire sottobraccio a Maddalena e pagai il conto.
Fuori ci sono le guardie e stanno incazzate. Un gruppetto di giudei allegri è il pretesto ideale per menare. E questi menano, cazzo se menano.
Menano chi è rimasto sotto e sotto gli è rimasto Gesù. Sono quasi tutti scappati, dispersi dalle cariche, io e pochi altri rimaniamo lì a guardare mentre gli spaccano due manganelli sulla schiena, dopo averlo legato e schiacciato a terra.
Grida “Ahia!”
Grida “Basta!”
Grida “Non riesco a respirare!”
Poi mi guarda e sibila: “Scappa Giù! Scappa!”
“Ma che mi scappo?” gli ho risposto, e mi sono buttato là in mezzo.
Questo è il mio ultimo ricordo, che tutti e due siamo morti “cadendo dalle scale” (come hanno detto le Autorità ai nostri amici e alle nostre famiglie). Cosa poi abbiano raccontato a voi, molto tempo più tardi… non so.

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4 comments

  1. riscrivere la storia di una parte dell’umanità acquista un sapore speciale, chissà quale sia la motivazione che spinge in questa direzione. Comunque, Aure il tuo scrivere ha ritmo e cattura l’interesse del lettore, che arriva in fondo con la sensazione del “è già finito”. Un piacere leggerlo
    Un caro saluto, con amicizia.
    Francesco

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  2. Al solito i tuoi racconti restano appiccicati addosso come una macchia e difficilmente se ne vanno via, anche dopo vari tentativi, con la spazzola, il sapone, la varechina, niente, non c’è verso, restano lì e si ancorano … e sono efficaci ed incisivi, perché incidono dentro e lasciano pensieri sospesi…

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