Prima il piacere

Prima il piacere

Dentro di lei si sentiva invincibile. Sudava, godeva e spingeva come se fosse questione di vita o di morte. Non un pensiero passava per la sua mente, se non il fuoco della passione che lo faceva agire come una macchina di carne.
Lei ricambiava l’ardore con morsi, tirate di capelli, carezze sulla barba e con una stretta senza scampo tra le cosce. Stupita dal suo vigore, dalla fame di tutta la notte, si godeva il momento, l’odore, la pelle.
Urlando e ruggendo si accasciarono sul letto assieme al primo raggio di sole del mattino, come due maratoneti esausti di piacere, guardandosi sorridere l’uno nell’altra. Un silenzio irreale riempiva il quartiere, le piccole casette con giardino erano coperte di neve, il mattino festivo cominciava senza suoni, ovattato, morbido.
“Buon Natale micione!” disse la donna dandogli un bacio sul naso “cosa ti preparo per colazione?”
Lentamente i ricordi cominciavano a risalire la corrente della memoria, ma la notte di fuoco e il così poco dormire non lasciavano galleggiare il nome della bella che sculettava in direzione della cucina. Dove si erano conosciuti? Cosa era quel sottile strato di preoccupazione che gli avvolgeva le spalle? Cosa mangiare per colazione?
“Aringhe affumicate e latte caldo. Grazie. E del caffé!” rispose soddisfatto, pescando dal comodino i suoi occhialini tondi e mettendoli sul naso.
“Ehi…” disse lei, nuda, appoggiata allo stipite della stanza “dove le trovo le aringhe affumicate? Un tost e un caffé vanno bene lo stesso?”
Ecco cosa era stato a portarlo li. Quel sorriso. Ingenuo, ma carico di promesse. Stava facendo qualcosa ieri, non ricordava di preciso cosa, ma lei gli aveva chiesto una informazione… “Si grazie! Toast e caffè vanno benissimo”.
Si alzò e lentamente strisciò i passi fino al cesso. Pisciò mugolando per la liberazione, con la fronte appoggiata al muro, come se stesse contando a nascondino, aveva l’attrezzo a pezzi, era dal 1937 che non gli capitava una notte così. Scrollò le ultime gocce e si guardò il pancione, accarezzandolo, chiedendosi cosa ci avesse trovato quella donna, decisamente più giovane di lui, in un vecchio miope obeso che non si vedeva l’uccello da secoli.
Mentre dalla cucina, rassicurante arrivava il rumore di stoviglie e cereali nella scatola, l’uomo si lasciava scorticare dal getto bollente della doccia, riassumendo i cocci di ricordo che piano piano incollava l’uno all’altro.
Stava per partire ieri, si sentiva eccitato, sebbene si trattasse di un viaggio di routine. Ricordava distintamente il pensiero: “E’ tutto pronto e sono in perfetto orario!” e ricordava, adesso si, il rumore dei passi di lei, il suo sguardo e il suo sorriso. E poi… nebbia.
Il vapore occupava tutto il bagno e la pelle tostata dall’acqua calda si godeva i brividi nei pochi passi tra il piatto doccia e l’accappatoio.
“Quello verde è il mio!” urlò lei dalla cucina “Usa l’altro!” impossibile sbagliarsi, anche senza quell’avviso. L’accappatoio rosso era immensamente più largo.
Comodo, asciutto e affamato, mosse le ciabattone di spugna coordinate verso il profumo di caffè, che gli solleticava l’appetito e prometteva di farlo carburare. Dall’appartamento di fianco il disperato pianto di un bambino rompeva il bianco silenzio che copriva il vialetto residenziale.
La donna indossava un kimono di seta e fissava l’albero di natale, desolatamente solo senza regali, con gli occhi velati di pianto. Un altro bambino iniziò a piangere, poi un altro, un altro ancora. La donna bevve un caffè e sgattaiolò in lacrime verso il bagno. L’uomo fissò la sua immagine nella porta a specchio della cucina: la barba e i folti capelli bianchi, gli occhiali tondi sul volto rubizzo, un bel pancione tondo, tutto di rosso vestito.
“Oh cazzo!” esclamò, lasciando cadere il toast nel piatto.
I telegiornali, in mondovisione, non parlavano d’altro.

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