L’unicorno con il raffreddore – Parte 3

virus

Pensa e ripensa, a ben vedere, una cosa negativa nel Reame era successa. Una quisquilia, sembrò sulle prime, una piccola cosa da niente era accaduta e nessuno ci fece caso lì per lì. Nel regno della Pace, dell’armonia e della salute era riuscito ad entrare un piccolo germe, un virus, un animaletto vispo e minuscoletto, così tanto da essere invisibile ad occhio nudo. Approfittando di uno sbadiglio, si era riuscito ad infilare nelle narici di Giovanni l’unicorno e gli aveva fatto venire un bel raffreddore.
E così, starnuto dopo starnuto, il virus lo aveva contagiato e gli aveva fatto succedere una cosa addirittura peggiore: quasi tutti quelli che si dicevano suoi amici, lentamente, giorno dopo giorno, cominciarono ad allontanarsi da lui con scuse banali. “Devo lucidare il guscio di mia nonna” diceva una zanzara, “Ho una gara di velocità, mi devo allenare!” sussurrava la tartaruga, “Proprio domani non posso, devo andare a sconfiggere un drago” una volta ebbe a dirgli un pesce rosso. In realtà ciò che spaventava tutti era il movimento del suo corno ad ogni starnuto. Il serpentello verde, che tutti chiamavano Schivo, andava raccontando in giro che era salvo per miracolo, che l’unicorno starnutendo lo aveva trafitto da parte a parte e che per fortuna era riuscito a guarire. Il pastore di capre, che si chiamava Matteo, stanco di essere considerato da tutti lo scemo del paese, si inventò una diceria per stare al centro dell’attenzione.
Cominciò ad insinuare la voce che, da che lui ricordasse, non si era mai visto un simile raffreddore. E più la raccontava, più la arricchiva di particolari… Disse che il farmacista di un paese vicino gli aveva spiegato che gli unicorni erano creature diverse dalle altre e che portavano le malattie. Aggiunse che il panettiere raccontava di una sua cugina, che da bambina prese il morbillo blu proprio da un unicorno e per finire raccontò di aver sentito il sindaco della città di Pannolino, durante un comizio elettorale, gridare alla folla che aveva davanti: “Abbasso gli unicorni e viva tutti gli altri!”
Chi sentiva questi racconti aveva due tipi di reazioni: i più sciocchi ci credevano, perché non erano abituati a fare domande. E più ci credevano, più la raccontavano ad altre persone. I più intelligenti, facevano domande a chi raccontava la storia e, dopo un paio di risposte, capivano subito che si trattava di una bugia.
Purtroppo in quel regno tante creature non erano molto intelligenti e non facevano domande, forse per paura di sembrare sciocchi. In realtà, se c’è una cosa sciocca, è proprio quella di non fare domande per capire meglio.
Tra le creature più intelligenti del reame, pensate un po’, c’erano proprio le capre di Matteo. Più intelligenti del loro pastore e molto più nobili d’animo, furono loro a consigliare la paperella di plastica gialla di condurre Giovanni al cospetto di una Fata Bavosa, per cercare di guarire dal suo male.
E così di buon mattino, Giovanni, con la sua amica gialla in groppa, se ne trottò attraverso il bosco, sotto lo sguardo spaventato e cattivo di chi li vedeva passare. Lui passava e gli altri bisbigliavano qualcosa nell’orecchio del vicino. Giovanni non diede loro retta e continuò a trottare fino a che si trovarono di fronte all’ingresso della tana della Fata Bavosa; bussò con lo zoccolo nella quercia e la paperella di plastica fece: “QUACK!” e poi si misero pazienti ad aspettare. Passò un minuto, un’ora, un giorno e mezzo, ma nessuna Fata Bavosa sbucò fuori dal buco scavato sotto la radice della quercia.
“Ehi voi due!” gli disse un bruco di passaggio “lì dentro non c’è nessuno, la Fata Bavosa è andata al nascondiglio delle marmòttere, poiché alcune di loro hanno il mal di pancia.”
“Grazie mille, amico bruco!” gli rispose Giovanni. “QUACK! QUACK!” aggiunse la paperella.
In men che non si dica, si misero allora a seguire una lunga striscia di bava, che si inoltrava dentro al bosco. La Fata Bavosa doveva essere andata da quella parte, a trovare le marmòttere. E voi? Siete curiosi di sapere finalmente cosa diamine sia una marmòttera?
Allora chiudete gli occhietti e seguite la bava nel folto del bosco. Quando comincerete a sentire qualcosa di gigantesco, che scava e rosicchia sotto terra, fermatevi: è lì che le marmòttere ci racconteranno il seguito della storia dell’unicorno col raffreddore.
Buonanotte

 

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2 comments

  1. La striscia bavosa, è un po’ disgustosa, ma non fermerà chi curiosità ha! Riparo i piedini (nr.40!) nei miei mocassini, scavalco le pozze con movenze un po’ tozze. Ma non potrò mancare, io le marmòttere voglio incontrare! Buonanotte

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