L’unicorno con il raffreddore – Parte 2

Lago Pernacchia

Di fronte a favole come questa, che si nascondono per non farsi trovare, c’è un solo metodo, molto antico, che si può usare. In questi casi, dovete sapere che è d’uopo recitare una invocazione per convincere la favola a saltare fuori e a farsi raccontare.
Ripetete con me:
UNICORNO RAFFREDDATO
DAL NASO CACCOLOSO
ATTENTO A NON FAR MALE
STARNUTENDO CON QUEL COSO
CHE IL CORNO C’HA LA PUNTA
E QUESTO LO SAI BENE
NE HAI GIA’ BUCATI TANTI
SCOIATTOLI E BALENE.

Ora, voi non ci crederete, ma improvvisamente questo foglio bianco si è magicamente riempito di lettere a formare parole, tante parole, tante pagine! Una lunga favola che nessuno ha mai sentito: comincia così:

C’era una volta una striscia di bava appiccicosa che, come colla, si attaccava alle scarpe o alle dita degli incauti che avessero avuto l’ardire di toccarla.
Percorrendo tutto il bosco delle marmòttere la striscia di bava finiva in un buco rotondo, scavato sotto la radice più grande della più grande quercia del bosco: era la tana di una Fata Bavosa, una creatura magica metà lumaca e metà farfalla. In tutto il reame le Fate Bavose erano molto rispettate perché avevano il potere di guarire il mal di pancia, ma anche temute perché a chi le faceva arrabbiare, spalmavano la loro bava molliccia sulle mani e sulla faccia.
Come? Cosa sono le marmòttere? Beh, di questo parleremo più avanti.
Poco distante dalla tana, il sole brillava sulle rive del Lago Pernacchia, il canto allegro degli uccellini era interrotto ogni tanto dagli stanchi starnuti del nostro eroe: l’unicorno con il raffreddore. La sua bella criniera rosa sventolava sulla sua pelle azzurra ed il suo lungo corno brillante fendeva l’aria con la violenza di una spada di diamante ad ogni “ETCIU’!”
 Il poverino non riusciva a fermare gli starnuti e questo lo rendeva molto, molto triste. Dalla liscia superficie dell’acqua facevano di tanto in tanto capolino qualche ranocchio, due tritoni, una Fata Sommergibile ed una paperella di plastica, l’ultima creatura del bosco rimasta amica dell’unicorno con il raffreddore. Era l’unica a non temere di essere infilzata dal corno luccicante di Giovanni (così si chiamava l’unicorno) che, ad ogni starnuto, rischiava di colpire qualcuno. Mentre tutti gli altri si tenevano a distanza lei, gialla, con la zucca piena di plastica vuota, riusciva ad andare oltre la paura e a restargli vicino, a consolarlo, scambiare due chiacchiere o anche solo a stare in silenzio, che tante volte è meglio così.
Dovete sapere che il reame era un luogo bellissimo, abitato da un Re buono ed una Regina allegra e tanti sudditi felici e spensierati. Non c’era nessun drago che lo minacciava e nemmeno una strega cattiva, men che meno un qualche antico sortilegio lanciato sul Principe ereditario. Nulla di tutto ciò: era un reame in cui regnava la Pace ed il sollazzo, tutti vivevano in armonia tra di loro, con i popoli vicini e con i vicini dei vicini. Gli uccellini cantavano all’alba e le farfalle coloravano i prati insieme ai fiori, i più bei fiori della Terra.
Il problema è quindi serio, cari miei… senza una qualche minaccia una favola non può esistere. Se tutti sono buoni e felici, di che cosa andremo a raccontare? Adesso però è tardi: chiudete gli occhi e seguite la paperella di gomma gialla fino al Lago Pernacchia. E’ lì che domani ci racconteremo il continuo della storia…
Buonanotte

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