Milano

Milano Gae Aulenti

Il piccolo scrigno di legno è aperto, timido, su di un minuscolo sgabello, un elicottero passa sulle teste chine della gente che scappa, affaccendata. “Come si chiamano le isole Tremiti?” chiede lei, organizzando tra il rosso e il verde le prossime vacanze, “San Domino e San Nicola…” inizia a rispondere il collega correndo sulle strisce pedonali. I tacchi alti sembrano i più veloci, li guardo andare oltre e metto una monetina nello scrigno vicino agli amplificatori. E’ un chitarrista timido, dal cranio spelacchiato ed una barba incolta, una specie di Gesù triste, che canta male con tanta buona volontà. Arpiona con le sue unghie tutto il Bob Dylan che c’è nell’aria, lo spalma sulle corde e lo regala a Milano. Offerta libera. L’acqua della fontana sussurra per non disturbare, le sirene delle ambulanze hanno molto meno riguardo, e così tutte le note che riesco a sentire stanno comode sul suo leggìo e giocano a rimbalzare sui muri. Una nuvola di farfalle sconosciute colora l’arco di Corso Garibaldi, mentre laggiù i grattacieli guardano vomitando tùrbini di formiche nervose in cerca di un angolo per la pausa pranzo. Un raggio di sole mi prende in faccia ed io lo lascio fare, mentre ai tavoli vigono discorsi qualunque, si fa la gara a chi è più figo, a chi è più triste. Mi inquietano gli zitti, con lo sguardo nel piatto. Un raggio di sole a Milano e Milano diventa bellissima, l’aria sembra di colpo pulita e gli accordi dello scarno funambolo a sei corde mi portano a spasso tra le luci di Brera, dove la vertigine di quel Duomo così spinoso è lontana, ma presente. I Navigli sono mari misteriosi di scaglie di pesci invisibili e i tram dei gialli sommergibili di cui, per fortuna, il mio amico non canta, che col suo falsetto proprio non riuscirei a reggerlo. Ha un timbro maschio il suo pezzo di legno, è accordato bene e suonato con mestiere. E’ una chitarra che cerca di farcela e ad ogni ambulanza che passa lei suona di più, strilla di più. Si va veloci nella Città Veloce, si funziona rapidi, si punta al massimo con facce al minimo, è una città di briefing, di alert, di cuffie degli I-pod, di runner dai colori sgargianti e di una Metro che, come una talpa compulsiva, ci sposta tutti tra una call ed un meeting, tra il centro nobile e sfavillante e la grigia provincia impantanata nello smog. Piena di gente che prova a farcela, come sta povera chitarra che si inventa una “Genova per noi” credibile come un Principe De Curtis che canta “O mia bela Madunina”, piena di gente che corre e che ha capito benissimo che tutto questo correre un senso non ce l’ha, piena di gente come tanta altra gente altrove, che prova a farcela, ma non ce la farà. Così Milano. Lo sa bene che non ce la può fare, ma nonostante tutto, puoi scommetterci il culo, lei ci proverà.

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