Chicago October 21, 2014 – MOLTEPLICITÀ

Chicago o'Hare Gate C18

Divagazioni Americane

Ai tavoli dell’Andy’s jazz club si sta stretti, i camerieri sfrecciano con in mano dischi volanti abitati da portate succulente, la birra è di buona qualità, la musica ancor di più. Rimbalza nelle cento orecchie in ascolto l’ultima jam session ed è un rincorrersi contro tempo del rullante con la tromba, attorcigliati entrambi attorno al filo logico del contrabbasso, che conduce, che tira, che impenna, che blocca. Cambia strada da tutta la sera di modo che nessuno, tra tutti quei timpani, colga appieno la moltitudine di scale capovolte costruite da divinità pazze e ormai morte, come se lo spartito sul quale si improvvisa fosse scritto da Borges in persona, perché il finale è un’imperiosa agonia, che non si abbassa un solo istante.
Quando la tromba spira l’ultima nota, il silenzio affoga la sala per due secondi, prima che tutti si mettano a urlare e ad applaudire un applauso di sollievo, per il fiato che torna, per la vita che scorre.
A quest’ultima serata a Chicago penso mentre sono in fila ai controlli e il poliziotto recita come una litania le prescrizioni per noi controllandi. Cosa togliere, cosa tenere, cosa posare dove, e altre cose così. Un cartello ripropone per iscritto le stesse informazioni con aggiunta di una minaccia:”Preferisci essere perquisito di persona? Basta chiedere…”
Anche questa volta vengo promosso al primo colpo e trascino il mio bagaglio a mano, ormai grande come un ippopotamo adulto, per tutto il Terminal 1, fino ad arrivare al Gate C18: l’ultimo pezzo d’America che fotografo in questo viaggio.
Mi bevo l’ultimo caffè americano della missione e chiacchiero un po’ con gli amici, in attesa che si concluda l’interminabile imbarco. Siamo grosso modo in seicento, ci vuole più di mezz’ora.
Con grande piacere noto che il posto accanto al mio è vuoto, così decollo in pieno relax e mi godo la cena in attesa del primo sonno, che occorre sfruttare per non rimanere troppo stonato col jet lag. Poco dopo mi accoccolo, incastrandomi tra i sedili e avvolgendomi con la copertina in dotazione. Tolgo gli occhiali e dormo così profondamente da non accorgermi dell’arrivo dell’anziano.
Me lo trovo seduto a fianco, non capisco come mi abbia scavalcato e dove fosse all’imbarco. Mi sorride e mi sussurra con accento sudamericano: “Ogni cosa accade a ognuno, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a te…”
“Senor Borges, Maestro…” gli sussurro. Lui sorride, mi fa cenno di dormire aggiungendo:”è una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, amico mio, convergenti e paralleli”
Quando mi sveglio i nostri culi sorvolano la Scozia e ci stanno portando la colazione.
Io ancora penso a Chicago, al Tempo, a Borges e un brivido divergente, convergente e parallelo mi corre lungo la schiena quando dandomi il caffè la hostess mi chiede: “Milk or Sugar?”
Buongiorno

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