Intervista con Manuela Paric’

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Cullato dai suoi mocassini dorati un uomo alto e robusto, mi ciondola davanti calpestando i lastroni di Corso Vittorio Emanuele II in direzione di Piazza Cavalli, nel centro di Piacenza. Il suo incedere possente e ondivago mi nasconde, tra un dondolio e l’altro, il resto della strada che mi piace di guardare proprio nel momento in cui sfocia vicino al palazzo Gotico e alle due cavalcature di bronzo. Taglia l’aria a spallate ed ha un cappello floscio in testa, come se l’umidità soffocante di questo pomeriggio di settembre ce l’avesse soprattutto col suo copricapo. Non faccio in tempo a chiedermi se lui si sia accorto che lo sto seguendo, che questo si ferma e mi pianta i suoi occhi verde-azzurro in faccia, immobile.
“Sei qua per lei, vero?” mi chiede immediatamente
“Sono qua per bere un caffè con Manuela… ma tu come fai a saperlo?” gli chiedo e mi chiedo stupito.
Lui mi tende la grossa mano e si presenta: “Sono Jean-Luc Mocha, mi ha inventato Manuela. Vieni ti porto da lei.”
Seguire i suoi lunghi passi non è facile, ma riesco a stargli dietro mentre si perde nelle viuzze sempre più piccole. Mi parla del suo rapporto col caffè, dell’importanza di osservare e di prendersi le pause e, giunti di fronte ad un bar, svanisce in una nuvola di polvere, lasciandomi solo col mio libro in mano.
Seduta ad un tavolino c’è Manuela Paric’, che guarda divertita gli esiti dell’incontro tra me e il suo personaggio. Con gli occhi mi fa segno di accomodarmi ed ordina una bottiglia di Gutturnio, alle quattro del pomeriggio. Ottimo inizio.
Abbiamo già incrociato le nostre strade sul suo divertentissimo blog http://fiumegiallo.blogspot.it/ qualche tempo fa, ma è la prima volta che ci incontriamo di persona; è perciò normale che dedichiamo alcuni minuti in chiacchiere di riscaldamento aventi per tema quadrupedi più o meno pelosi e bipedi umani di piccola taglia. Io vedo il Gutturnio di Manuela e rilancio con un salame stagionato fissando quel lampo d’acciaio che le brilla negli occhi.

Ciao Manuela Paric’, il tuo romanzo “L’enigma delle anime perdute” è stato per me una vera sorpresa. Lo confesso: non assomiglia a nulla di quello che ho letto fino ad oggi. E’ un giallo, come dire… atipico?
E’ un giallo fuori moda, se proprio lo vogliamo definire, nel quale non troverai né il detective superfigo, né le magie tecnologiche della Polizia Scientifica, né una vera e propria indagine. E’ una storia “piccola”, senza complotti dei “poteri forti”, senza camorra o dialoghi sopra i massimi sistemi.

L’atmosfera di questa storia è profondamente italiana…
Assolutamente si. Mi trovo a mio agio nello scrivere ciò che vivo e conosco, ciò che ha a che fare con le mie radici. In questa storia, ad esempio, i personaggi sono impigliati nell’afa della pianura padana e si muovono con i ritmi tipici del nostro Paese: arrancando!

Rispetto ai soliti romanzi ho notato che il tuo libro è scritto in capitoli brevi. Come mai questa scelta?
Ci sono due motivi. Il primo è che ho letto molti romanzi con capitoli di più di 60 pagine e spesso desideravo terminassero per riprendere fiato, mettere in ordine le idee, andare a bere, curare una pianta, mangiare, camminare, fare altro! La pigrizia ad ogni modo ci unisce. Nell’enigma delle anime perdute ogni capitolo è in se concluso seppure legato alla storia. Questo in un certo senso mi rassicura…potrò, leggendolo, dare la pappa al gatto!
Il secondo motivo deriva da come nacque Jean-Luc Mocha (pronuncia “Moka”). Vide la luce nel prologo di questo romanzo (“L’enigma delle scarpe rosse”) che uscì come “racconto d’appendice” sul quotidiano di Piacenza. Quindi il personaggio principale prese vita in un contesto “a strappi”, che ha caratterizzato lui e tutte le storie in cui si è trovato a vivere.

Come mai hai deciso di andare oltre e di scrivere un romanzo?
Perché i personaggi, una volta creati, hanno desideri propri e mi portano in fondo dove vogliono loro. Il Mocha “delle scarpe rosse” era ormai vivo e pimpante (beh pimpante…) e non ci stava chiuso in una storia che, uscendo a puntate su un quotidiano, limitava non poco le possibilità espressive. Il mondo in cui si muove Jean-Luc è fatto di sesso, sangue, morte, mostri e solo ne “L’enigma delle anime perdute” si è riuscito a mostrare per come è veramente. Alcuni personaggi volevano sangue e tormento (sadici!)…glielo ho dato. Altri figuri sono rimasti intrappolati in un magma malinconico e ironico al tempo stesso.
 

In effetti Mocha è decisamente vivo. Ne ho avuto la prova venendo qua da te. Quando ti è venuta l’idea di iniziare il romanzo?
Ero in vacanza al mare, in Croazia…

Ehi… Stop! L’incipit de “L’enigma delle anime perdute” ci porta in un ospedale psichiatrico… Come ti è passato per la testa, davanti al bellissimo mare croato, un inizio simile?
Perché in Croazia, tieni presente che io sono per metà croata, è pieno di pazzi! Si fanno incontri strepitosi, gente magnifica e fuori dagli schemi. Basta a pensare a mio nonno: quasi totalmente cieco metteva in bolla le navi…è una lunga storia…

Quando ti sei accorta di scrivere bene?
…non me ne sono accorta, faccio solo una cosa che amo fare. [la imbarazzano i complimenti]

Te lo dico io, che ti ho letto, così come tanti altri che ti hanno letto…
A me piace scrivere e mi piace scrivere proprio così. Mi fa piacere OVVIAMENTE se mi viene detto che scrivo bene, ma non ci rimugino molto…altrimenti mi imbarazzo!
 

Una mano mi si posa pesante sulla spalla destra. Jean-Luc Mocha è alle mie spalle in silenzio. Manuela gli fa un cenno come a dire: “Tutto a posto” e la manona ritorna da dove è venuta. E’ proprio vero che i personaggi della Paric’ godono di vita propria. Se lui non fosse andato via, gli offrirei un bicchiere… Nel frattempo il Gutturnio e il salame si vaporizzano, bicchiere dopo bicchiere, ed io la smetto coi complimenti e mi gioco le ultime due domande.

Il tuo blog si chiama fiumegiallo.blogspot.it . Il giallo è il tuo genere preferito (infatti il blog è ricco di spunti in tal senso), perché hai scelto di affiancarci il fiume?
Perché il fiume muta, come la scrittura, come il pensiero ed ha un suono caratteristico, ma mai uguale. A me piace il suono che generano le parole, quando scorrono in un romanzo, al di là del loro intrinseco significato. Per me sono chiavi di un mondo nuovo, chiavi che hanno l’abilità di risignificare.

Il suono delle parole è un concetto molto caro anche a me. Tornando a noi Manuela, un’ultima domanda: vedo che Jean-Luc si sta allontanando, probabilmente verso una nuova storia che lo vedrà protagonista. Puoi darci una piccola anticipazione?
Molto volentieri. In questa nuova storia Mocha intraprende un viaggio verso la Croazia, per andare ad un matrimonio. Con lui la sua cara amica fattucchiera Teodora, dai selvatici capelli rossi, oltre a un nugolo di esemplari umani teneri, spietati, rimbecilliti.

Rimasto solo con due bicchieri ormai vuoti, profumati di rosso, e la copia con dedica DEL SUO LIBRO , osservo Manuela allontanarsi per la stessa strada presa dal suo Mocha e svanire nella folla composta che sta popolando la serata in arrivo. Un cagnetto orribile, con un surreale riporto biondo, mi ringhia come se mi volesse sbranare in due morsi e una bimba bellissima mi sorride e mi fa vedere un grosso incisivo che le dondola. Sorrido anch’io, a tutti e due, e me ne vado per la mia strada dopo aver salutato Carlo, il barista. Il sole sta tramontando lento sulla giornata ed io ho trovato cosa regalare ai miei amici per Natale.

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3 commenti

  1. Vorrei che le interviste fossero sempre così. In poche righe ci sono almeno tre livelli di racconto, forse anche quattro o cinque. Incita a leggere Manuela Paric. Complimenti Aurelio.

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