Roma

 

Parla con la voce del gabbiano, con il rullare delle macchine sui sanpietrini, con le corde di una Fender che suonano sotto un pino, Roma.
Parla col vento che si scalda al sole, giocando con l’ombra delle vie traverse, con la faccia convulsa dei turisti e quella di altri, semplicemente persa in questa anaconda di acqua bionda, che accarezza le rive, fino al mare.

Ascolta, o almeno provaci, il racconto di queste pietre nere, levigate dai miliardi di suole che hanno visto passare, e il malinconico lamento di quelle antiche, mentre il traffico di auto e carne si intasa, si stappa, si annoda.
Ascolta il battito della gente buona, che da ste parti ce ne sta tanta, e pure er modo strano che c’hanno de parlà. Nun parlano de lingua, de gola o de panza: parlano de core. Impossibile non capilli, impossibile non voler bene al mondo intero, quando passi di qua.

Guarda. Guarda a più non posso. Stancati gli occhi, consumali, buttali e fatteli ricrescere, che due son troppo pochi anche per un solo vicolo di Trastevere, per il taglio dei sassi del Foro Romano, per un qualunque panorama su questa foresta con in mezzo una città.
Guarda gli occhi di chi la vede la prima volta, guarda il fiato che si ferma di fronte al primo Colosseo, tra le colonne del chiostro di San Paolo fuori le mura, quando il Ponentino spettina le chiome degli alberi a ricordarti che è l’ora di cena.

Annusa il boato dell’Olimpico quando il Capitano segna, sentilo spandersi tra le case, le piazze, le strade e aspira fino in fondo, che ti vada in circolo, la luce viva di San Lorenzo, lo sfrigolare caldo del Pigneto, il silenzio di Piazza del Popolo alle 6 del mattino.
Annusa la mano, che porti alla bocca, al cospetto di Giuditta che decapita Oloferne e conta tutti gli anni che sono passati dal primo tocco del pennello di Caravaggio. Annusa quel drappo e quel fiotto di sangue, rosso come una bocca che non sai se te bacia o se te magna.

Gustala con le gambe sotto al tavolo, vai da Lilli in Tor di Nona e capisci per davvero il significato della parola bucatiniallaamatriciana, lecca mille francobolli e manda mille cartoline: fallo sapere a tutti che sapore ha Roma la sera.
Assaggiala un pezzetto per volta, come il suono di un passo la notte, oppure abbuffati e riempi la pancia di questa torta con un milioni di gusti, di facce, di suoni. Una scaglia di tramonto dal Pincio, un bicchiere di Campidoglio, un bel piatto di ponti sul Tevere.

A quel punto ti accorgi a che ti servono le mani. La prima carezza la dai al parapetto di un lungotevere, la seconda ai mattoni di Castel Sant’Angelo fino a che perdi il conto e le linee che hai sul palmo da tante rimangono due: Battistini-Anagnina, Laurentina-Rebibbia.
E così quando alla fine il temporale arriva, ti godi la doccia che il cielo scaraventa sulla città, mentre in un vicolo nascosto, senza nessuno a vedere e a ricordare, una grondaia conta tutte le gocce e osserva i lampi che si allontanano.

 

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7 commenti

  1. caro aure1970 … sembra che stia scrivendo alla posta del cuore, ma non so come altro raggiungerti e volevo chiederti 1 reblog sarebbe il condividi su fb? scusa la banalità della domanda, forse un po’ scema ma veramente mi sento incapace … e il seguito del quesito è … ma posso ribloggare il tuo articolo che me piace proprio assai tanto questo su Roma ? ce metto un po’ a metabolizzà ma scrivi benissimo e volevo, traendo spunto dal tuo articolo citare la guida su roma di alcuni amici, che mi sembra carina perché si chiama Guida alla Roma ribelle ed è un po’ fuori dall’ordinario … scusa il metodo anch’esso poco ordinario per contattarti mi muovo tipo elefante in questo ambito, ovviamente avrai un indirizzo emai che sono stata incapace di trovare, dopo che hai letto fai il favore cestina questo obbrobio

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