Sul Terzo Gradino

Lisca

Ho dimenticato di mettere la cravatta. Non mi è mai accaduto prima.

Evidentemente questa mattina la mia anima si sente casual ed io non ho potuto che vestirmi di conseguenza.
Seduto vicino alla vetrina nel solito bar, quello che ha delle grosse sveglie nere sui tavolini, leggo le previsioni meteo verificando che anche per oggi non ci hanno azzeccato neanche un po’. Ordino il solito e passo automaticamente alla pagina sportiva, senza la quale è impossibile avere argomenti di conversazione in questa città.
Prendo il mio centro tavola e sposto le sue lancette sulle sei e quaranta. A quell’ora mi ha svegliato il sole: rosso e prepotente ha bruciato i nuvoloni neri, bassi sull’orizzonte, e mi ha incendiato la camera da letto. Forse è lui ad aver sussurrato alla mia anima di non mettersi la cravatta.

Consumo la mia colazione preferita, cappuccino con fiorellino di cacao e cornetto alla crema di pistacchio, la assaporo piano piano cercando di capire quanto vero sia il verde brillante di quella crema prima che giunga inesorabilmente l’ora di andare in ufficio.

Saluto una manciata di spiccioli lasciati alla cassa ed esco dal bar con passo ozioso, che non mi riconosco, il sole caldo mi copre la schiena, mentre da Ovest, lontani, arrivano i primi tuoni.

Percorro la via di casa, con lo scopo di recuperare l’auto e andare al lavoro. Srotolo i miei passi sull’asfalto scuro, verso il parco giochi del quartiere e giro a sinistra per due volte, costeggiando le attività commerciali che stanno aprendo i battenti sottovoce.

Imbocco il rettilineo infossato tra due file di casette bifamiliari di uno, a volte due, piani e mi rifaccio gli occhi con le aiuole colorate e rigogliose. In questo sbotto di natura in mezzo al cemento, in piedi sull’uscio davanti al civico 18, si è fermata una vecchina.
Ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca e fissati con un pettinino d’osso, gli occhiali con la catenella dorata ed il grembiule a fiorellini da brava massaia. È in piedi sul terzo gradino e, solo grazie a questo sopralzo, riesce a guardarmi dall’alto verso il basso. Mi segue con lo sguardo mentre mi avvicino, con occhio prima attento, poi decisamente incredulo e mi sorride.

Poco prima che io passi oltre, lei mi dice: “Buongiorno”.

Lo dice con una voce carica di una speranza ritrovata che, non conoscendo la signora, non riesco a decifrare. Lo dice con una delicatezza sfacciata, come se veramente di me gliene importasse qualcosa.

Odora di Nonna, di pane caldo, di favole della buonanotte raccontate attorno al caminetto acceso sotto una coloratissima coperta di lana, di latte e biscotti al mattino e merenda al pomeriggio tra un’altalena e un nascondino.
Mi fermo ad un passo da lei e le sorrido il mio “buongiorno” di cortesia.

La signora sorride ed è come aprire un forno con una enorme torta in cottura. Caldo e dolce, mi avvampa di bontà e mi impedisce di seguire il richiamo del dovere, di proseguire per l’auto e quindi per l’ufficio.

“Fermati a prendere un caffè” – mi dà del tu – “solo un attimo, per favore”.

Io non ci sono abituato alla gentilezza, alla vita di paese, alla confidenza nell’estraneo. Per nulla. Vivo in trincea e non rivolgo mai la parola agli altri, a meno che non mi occorra. Sono un paladino dell’efficienza, del rapporto costo/beneficio, dell’Utile e non del dilettevole, non è nella mia natura accettare un siffatto invito.

Eppure qualcosa, nella porosa bontà di questa vecchietta, mi impone di rimanere, di cambiare, una volta ogni tanto, il programma della mia giornata. Non decodifico il motivo preciso per cui vacillo, forse è qualcosa che affonda nel mio passato, addirittura nel mio inconscio, so solo che mi sento rispondere: “Si, grazie molto volentieri”.

Apro il cancello, le vado incontro e salgo i tre gradini.

 

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2 commenti

  1. Su twitter hai scritto che da qui comincia il tutto. Ma in fondo potrebbe anche non andare da nessuna parte, perché è abbastanza già così…

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