immagine La Porta senza senso

Porta

La città è distante decine di chilometri e la strada, ad ogni tornante, si arrampica su per la valle silenziosa e traboccante d’estate. Il profumo dei fiori entra dai finestrini aperti assieme all’incerto scrosciare del ruscello, le fronde, nei tratti più stretti, accarezzano la carrozzeria di questo animale d’acciaio stanco, così a disagio in tutta quella natura. Rare macchine vengon giù da Romaggi e allora ci si accosta per bene alle foglie e si saluta con un gesto silenzioso della mano il momentaneo dirimpettaio. Lo si guarda infine sfilare nello specchietto e, con un colpetto di sterzo, ci si rimette in cammino.
Foglie, spine, fiori lilla dai pollini multicolori, che confondono gli insetti in uno zuccheroso baccanale, di curva in curva la strada sale dritta verso un prato dove, apparentemente abbandonato, campeggia un oggetto.
E’ una curiosa costruzione, apparsa all’improvviso, che occupa uno spazio improprio come a dire: “Cosa sono?”
Difficile a dirsi. Come un peschereccio nel centro del Sahara o come un ventaglio al Polo Sud, in mezzo a quest’erba si erge ciò che la mia ragione, rapidamente battezza “una porta senza senso”. Costruita senza dubbio alcuno da mano umana, solida, spessa almeno un metro, in un istante cattura la mia attenzione e si arpiona alla memoria così saldamente che, passato rapidamente oltre, ad ogni nuovo tornante si aggiungono pensieri circa lo strano accrocchio appena incontrato.
Tronchi accatastati, come un muro diroccato, lunghi come un braccio, con una bassa porta , drammaticamente vuota. Pare una fiacca curva di Gauss che ammucchia il tempo che passa oppure il rudere di un palazzo impossibile, abitato da suini di fiaba, che separa due altrove comunicanti.
E proprio come in una fiaba la giornata in Val Cichero è passata volando tra giochi, risate, pianti e chiacchiere più o meno serie per ragazzi della nostra età. Il sistema scolastico italiano, la velocità di crescita del noce nel giardino, il valore inestimabile della quiete di queste parti, la bontà dei ravioli di Romaggi che, a suon di sentirla raccontare, m’è venuta voglia di provare.
Il tutto condito da un vigoroso temporale estivo, che rinfresca l’aria e ci costringe a mescolarci sotto il gazebo ad aspettare che spiova.
Dal mio rifugio gocciolante, vedo una volpe di pezza zuppa d’acqua, che pende appesa per le orecchie ad una corda per stendere il bucato. Ha la faccia serena, mentre aspetta la fine dell’acquazzone per poter finalmente ricominciare ad asciugarsi.
Rimbalzando tra gli acquisti in internet e lo schiocco di una delle ultime gocce sulla tettoia di plastica, non so come, il discorso ha finito per carambolare su quella strana costruzione di legno, che non solo io avevo incontrato salendo per la valle.
Che senso ha? Cosa è? Indubbiamente è una catasta di legna per l’inverno, ma perché quella forma? E soprattutto, perché quella porta?
E’ una porta di nessuna utilità, che spalanca su due vuoti, che non si può chiudere e non serve proprio a nulla. Troppo bassa per un adulto, è forse una porta per bambini? Allora perché mai la scelta di un luogo così inadatto per farci pascolare dei bambini?
Forse è un’opera incompiuta, un abbozzo di recinto per le pecore…

“Niente di tutto questo” dice Daniele “e tutto questo assieme”.

Chi l’ha costruita ha scelto luogo, forma, materiali e posizione al solo scopo di dare qualcosa di cui parlare alla gente che passa di lì. Nulla di più. Ecco cosa è.
Regalare un momento di rottura con la routine a chi non se lo aspetta, a chi non l’ha chiesto, a chi sta andando da qualche parte e che si ferma per due minuti a dare un’occhiata.
Uno scroscio di pioggia in un pomeriggio afoso, un regalo fuori da ogni ricorrenza, una birra gelata ed un calcio d’inizio, una fuga di Bartali sulle Dolomiti, il profumo del pesto lontano da casa, l’abbraccio dell’amico che non vedi da tempo, il colore della luna nelle notti di Luglio, lo schiaffo di un’onda che scende, il fischio del treno che passa.
E’ una riga riempita di questo piccolo quaderno, che resta vuota anche per giorni, fintantoché la giusta bava d’inchiostro non cola dalla penna.
Far parlare la gente con un piccolo buco nel legno. Non è una cosa da poco.

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4 commenti

  1. Leggendo il tuo racconto mi sono tornate in mente le parole di questa canzone:
    “Voglio trovare un senso a tante cose, a tante cose
    che un senso non ce l’ha”…(V.R.)
    Scrivendolo, anche tu hai fatto un regalo inaspettato a chi lo leggera’.
    Grazie.

    Mi piace

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