immagine Chi ben comincia?

La prima goccia colpì l’asfalto caldo, arrostito dal sole per tutto il pomeriggio.
La seconda goccia esplose su di una foglia di palma e scivolò perdendosi in basso, verso il mare.
La terza invece finì dritta sul dorso della mia mano, che stringeva il calcio della P38 puntata alla mia tempia.
Lo presi come un segno, indeciso com’ero se premere il grilletto o no, e aspettai le altre gocce. La quarta e la quinta si schiantarono al fotofinish sul mio naso e sulla mia spalla sinistra, le successive, una dopo l’altra, appannarono a migliaia l’orizzonte, lavandomi da cima a fondo.
L’acqua colava sul tamburo carico, sulla canna lucida e grigia, come quel cielo pronto al tramonto, lungo la mia manica destra ed il colletto della camicia.
Come risvegliato da quella doccia improvvisa, abbassai l’arma e rimisi la sicura. Il mio suicidio era rimandato a data da destinarsi, causa maltempo.
In piedi sullo scoglio più alto, lasciavo la pioggia abbattersi su di me, grossa e fredda, e guardavo la superficie di piombo del mare, irrequieta per tutte quelle spine in caduta dal cielo. Gocce generose infierivano sugli oggetti, coprendoli di acqua densa e viscosa, che li spalmava di lucida, ingenua speranza.
Era una pioggia teorica, disegnata a tavolino, la perfetta esecuzione idraulica di un disegno matematico del Cosmo. Bagnava fino al midollo con la precisione di un ragioniere, inzuppava i vestiti e allagava le scarpe con la pazienza di una geisha. Al largo i pescherecci gettavano le reti nel mare calmo nonostante il temporale. Cercai di distinguere la linea di demarcazione tra l’acqua del mare e quella del cielo, ma non ci riuscii.
Provai a ricordare il motivo per il quale avevo deciso di spararmi in testa e non mi venne in mente nulla.
Mi sedetti allora sulla roccia bagnata e cominciai sommessamente a piangere: chi scriveva la mia storia, le mie intenzioni e perfino i miei gesti più disperati, non si era ancora premurato di pensare alla motivazione per cui io mi sarei dovuto far esplodere il cranio in riva al mare. E così piansi ancora un po’, cercando di ripescare dalla mia memoria affogata qualche bel ricordo del passato, ma nulla mi venne in mente perché neanche quello era ancora stato scritto.
Non avevo un passato, non avrei dovuto avere un futuro.
Il figlio di puttana che mi scriveva era un cane. Abbozzava inizi di racconti, brandelli di poesia e li lasciava lì a metà. Incompleti per anni, in attesa di una nuova ondata di ispirazione che lo spingesse a mettere la parola fine in fondo alla pagina. Scriveva la mia vita con frasi corte, al massimo di una riga, col minimo sforzo narrativo, senza alcun trasporto. Con mestiere, ecco: scriveva la mia esistenza con sterile mestiere.
Piansi per più di un’ora, sotto una pioggia battente, incurante di tutto e di tutti ed infine, al sentir venir meno gli scrosci sulla mia schiena, mi convinsi ad alzare la testa.
Sul mare, e su di me, era calato il buio, ma non quello normale della notte. Erano il buio e il silenzio assoluto della fine della pagina, quel luogo tanto oscuro e vuoto da contenere tutto l’orrore possibile. Il luogo dove niente è già accaduto e dove niente accade. Io mi trovavo rannicchiato in tutto quel nero, infreddolito e spaventato, e spalancavo le pupille per cercare di agguantare un raggio di luce, di capire qualcosa. Annusavo l’aria umida che sapeva di carta e salsedine e non capivo nulla.
Ero perso, forse per sempre, nel dimenticatoio dello scrittore cane.
Il vuoto tutto attorno assorbiva i suoni, tanto che il mio affanno ed il tumultuoso battito del mio cuore a malapena si percepivano. Ogni passo strisciava impaurito dal possibile precipizio invisibile e tutto era immobile e forsennato. In preda all’angoscia iniziai a tastarmi le tasche alla disperata ricerca di una provvisoria fonte di luce, ma non trovai altro che la pistola. In un misto di incoscienza e paura, puntai in avanti l’arma e feci fuoco nelle tenebre. Un grido strozzato arrivò da una decina di metri davanti a me, seguito da un tonfo, come se un immenso sacco di patate fosse caduto sul pavimento. Dopo pochi secondi, dalla stessa posizione, con tono lamentoso il sacco di patate iniziò una cantilena, seguita la quale, passo dopo passo, mi ritrovai al cospetto del mio scrittore cane, ferito all’addome in un lago di sangue.
Stranamente adesso lo vedevo. Malgrado tutta la tenebra lì intorno, attorno a quel corpo c’era luce.
“Credo sia il sangue” disse lo scrittore cane, sforzandosi di non piangere “Credo sia il sangue ad illuminare”
In effetti, a ben vedere, dalla pozza nera che si allargava sul pavimento, arrivava una fioca luminescenza.
“Perché lo hai fatto?” mi disse cercando di alzarsi, senza successo, da terra. “Perché hai sparato?”
Io girai la testa verso il buio nel quale lui teneva nascosto il mio passato ed il mio futuro, quindi tornai a fissarlo dall’alto in basso. Gli puntai la pistola verso la fronte e feci fuoco.
Allo scrittore cane era esploso il cranio e così, come i pezzi della sua testa insanguinati, anche tutte le sue idee si erano sparse intorno, illuminando a giorno il luogo in cui mi trovavo.
Era una stanza quadrata, di quattro metri di lato, con le pareti e il soffitto dipinti di bianco, con una sola piccola finestra ed un pavimento in marmo scuro, su cui campeggiava il cadavere dell’uomo che avevo appena ucciso.
Un lento rivolo di sangue, avanzando verso il mio piede sinistro, mi fece indietreggiare bruscamente. Fu così che mi trovai appoggiato ad una porta di legno bianco, con una maniglia nera di plastica lucida, sulla quale con del sangue qualcuno aveva tracciato la parola “DOPO”.
Inorridito da quel macabro inchiostro, andai a vedere, sul lato opposto della stanza, quale fosse la vista dalla finestra. Vidi me stesso sugli scogli, con la pistola in mano e vidi lei che correva felice assieme a tanta altra gente, attraverso una città fantastica, così bella da non poter essere vera. Su di me pioveva e faceva freddo, su di loro c’era il sole. Mi arrivarono tutti gli odori di quel mare, delle cucine vissute, delle giornate bevute, delle strade camminate e vidi l’esatto momento in cui decisi che anche io meritavo il sole. Fu così che, piovuto tutto ciò che doveva piovere, arrivò il vento a sparecchiare quell’ultimo cielo d’inverno. Ansimando alla vista del mio passato, appannai col fiato il vetro che mi rivelò una scritta fatta col dito. Una sola parola in stampatello: “PRIMA”.
Mi trovavo subito dopo i ricordi quindi, laddove il passato remoto si mescolava con l’imperfetto in un andirivieni di memorie vicine e lontane. Di fronte a me, oltre a quella porta, la possibilità di vivere al presente, l’unica forma di futuro possibile. Tutto ciò che lo scrittore cane mi aveva sempre negato stava lì a sette passi da me, appena oltre il suo cadavere ed il suo sangue rappreso.
Titubai ancora, mi batteva fortissimo il cuore, e feci tutti quei sette passi, misi la mano sulla maniglia e la girai.

C’è il sole qui. Adesso. C’è il sole a picco sulla pietra chiara del molo e sulle reti arancioni dei pescatori, sul grosso mastino che le annusa, per andare rapido e ciondolante al riparo in un portone.
Le ombre delle panchine disegnano strisce nere, rigate di luce, tra le quali i pettirossi si lanciano coraggiosi ad acchiappar le briciole per poi volare via subito, prima che il grosso soriano che aspetta li agguanti con gli artigli. L’aria odora di mare stanco e stagnante, la brezza è appena un accenno che mi solletica le orecchie, ma non rinfresca. Mi siedo sulla prima panchina libera, poggio finalmente la schiena sul legno e mi metto a fissare i giochi che il sole fa con i rami e le foglie dello scarno alberello che mi cresce vicino. Con tutta quella luce calda in faccia, tengo gli occhi chiusi, mi frugo in tasca e trovo le sigarette. Me ne infilo una in bocca e la accendo, aspirando a fondo, tenendo le braccia larghe sullo schienale della panchina, come se ci fossi crocifisso sopra. Il fumo mi percorre e fa la stessa strada della mia memoria ritrovata, mi entra nei polmoni, scorre nelle vene e arriva in testa, per poi uscire dal naso con un sospiro. Da qualche parte, in questo posto, so che c’è lei che sta arrivando, preannunciata da un profumo irresistibile di calamari fritti. Spengo la cicca ed entro nel pub, dove l’ombra è fresca e accogliente, riposa le pupille e prepara la lingua a sapori da ricordare.
Chiedo un tavolo per due, anche se sono solo, e scelgo quello nell’angolo, in cui mi posso rintanare osservare tutto ciò che accade. La cameriera mi conosce, anche se non l’ho mai vista, e mi serve due medie doppio malto senza che io abbia aperto bocca. Mi sorride e chiede: “Il solito?”. Non ho scelta, rispondo: “Si, certo. Il solito.”
Vago con lo sguardo sulle tovagliette di carta che apparecchiano per due la mia tavola e con curiosità osservo la mia birra. Lo scrittore cane non me ne ha mai fatta bere una. Bastardo. Afferro il boccale con la sinistra, scoprendomi ambidestro, e lo porto alla bocca.
Basta un sorso di birra ed i ricordi, che non ho avuto mai in vita mia, ordinatamente si incasellano nella mia mente. All’improvviso so chi sono, dove sono nato, conosco tutto il mio percorso, sia quello che è stato scritto, sia quello inedito, quello tutto mio.
So finalmente dove sono e soprattutto perché sono in questo posto.
Sul tavolo arrivano un piatto di acciughe fritte ed un altro di calamari. Tante fette di limone. Sulla sedia di fronte a me adesso c’è lei.
Brindiamo senza dire una parola.
In effetti non occorre dire nemmeno una parola.
La mia storia è scritta.
Volto pagina.

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9 commenti

  1. Personaggio in cerca della sua ragion d’essere: un tema surreale eppur classico che tu riesci a far tuo grazie all’ambientazione di luoghi che riconosco veri e grazie alla tua capacità di descrivere attimi, briciole d’immagini vivide.
    Complimenti dalla bakaneko!

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  2. Coinvolgente e apparentemente insolito modo di andare oltre, di riprendersi una vita che ci appartiene. Ma mai più vero, per chi sa che la disperazione in quel buio è realmente esistita e quella porta essere stata l’unica ancora per approdare in una nuova esistenza.
    Complimenti. Bel racconto.

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