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L'Ultima Frontiera

Un raggio di sole entra dall’ampia vetrata ed infuoca il marmo chiaro del pavimento, ci fa socchiudere gli occhi, per quanto è intenso, e girare la testa dall’altra parte. E’ la prima luce dopo giorni di pioggia, è calda e asciutta, è segno di speranza di un futuro migliore, pare di sentirne il profumo.
Fuori dalla banca l’asfalto è ancora tutto bagnato e la sua superficie ruvida brilla come un pavimento di diamanti sporchi, le auto cominciano a riempire le strade di carne destinata agli uffici, alle scuole e alle sempre più rare fabbriche. Tutto appare artificiale, non c’è nemmeno un albero, un cane che ci pisci sopra, solo lampioni, acciaio veloce e plastica. Perfino i piccioni, animali urbani per eccellenza, disdegnano il paesaggio e non si fanno vedere.
I pochi pedoni in transito, come grosse formiche a due zampe, scorrono a scatti da un marciapiedi all’altro, attraversando sulle strisce. Perfettamente ammaestrate, si immobilizzano al rosso ed osservano il flusso del traffico scorrere caotico. Non appena scatta il verde, riprendono l’ordinata corsa verso il loro pezzo di formicaio cittadino. I clacson si scornano con il rombo dei motori, popolando la traccia audio di questa mattina di un corposo rumore di fondo. Un martello pneumatico, al lavoro a due isolati di distanza, dice la sua aumentando la confusione. Carne, plastica, rumore di fondo. Come tutte le mattine.
La blindatura della filiale ci isola da tutto il frastuono che c’è fuori e ci regala lunghi momenti di silenzio. L’unico suono che si riesce a fare strada è lo scatto della lancetta dei minuti del grosso orologio a parete, appeso sopra le casse, e qualche raro sospiro dei presenti, in scomoda attesa, sdraiati a terra.
Ordinatamente allineati in due file da tre, pancia a terra, mani sopra la testa, aspettano direttive, sperando che nessuno si innervosisca e che tutto finisca in fretta e senza complicazioni.
Io e l’Altro, in piedi con la mitraglietta a tracolla, aspettiamo che il Terzo finisca di perquisire il personale e i clienti, per dare il via alle operazioni. Nessun uomo di guardia, come da piano.
“Tutto pulito” dice il Terzo dopo aver perquisito il Direttore e averlo fatto alzare per accompagnarlo da me.
“Come vede, Signor Direttore” dico guardando l’ostaggio negli occhi “Siamo tutti a volto scoperto. Può immaginare da solo cosa questo possa voler dire”
“Non mi faccia del male! Ho dei figli piccoli! La prego!” mi implora.
Odio fare questo, ma è il mio lavoro.
Guardo i miei due compagni e ordino di stare pronti. Loro si posizionano, caricando le armi, davanti agli ostaggi. Io agguanto per la collottola il Direttore e lo faccio inginocchiare davanti al tastierino che comanda l’apertura delle casseforti. Gli appoggio la canna della mia PM12 sulla nuca e gli dico semplicemente: “Apri”.
Le dita rapide compongono i codici, il bottino è nostro, lo mettiamo assieme alle armi giocattolo nell’ampio borsone dell’Altro ed usciamo indisturbati dall’ingresso principale.
Tra due giorni al massimo il Direttore della filiale rassegnerà le proprie dimissioni: troppo stress.
E’ per questo che la Sede Centrale della Banca ci paga. Siamo l’ultima frontiera del mobbing.

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