immagine La doccia

FRIGObar

Indecise sul da farsi, le mie palpebre beccheggiavano sulla mia faccia stanca la quale, in strenua lotta contro il peso del sonno, in un orrido bilico tra il collo e la scrivania, pendeva vittima della gravità.
Il pomeriggio stava tramontando e la sera, sorta da poco, si preannunciava calda se non addirittura bollente, così come il giorno che era appena terminato.
Era un Gennaio stordito di un anno cominciato con il piede sbagliato ed io mi trovavo al buio di un’anonima sala congressi di un anonimo grande hotel del centro di Roma. La giornata era scivolata, lenta come sabbia in una clessidra, tra una relazione sul pelo dei canguri ed un’altra sulla fotosensibilità delle vongole. La testa mi faceva male ed io ero solo davanti al mio pc acceso sull’ultima diapositiva, con l’eco degli applausi che avevano salutato la chiusura del convegno.
“C’è un black-out totale e tutta la struttura è spenta. Stiamo cercando di risolvere in fretta, ci scusi per il disguido” aveva detto dieci minuti prima il tecnico dell’albergo prima di sparire nel buio.
Alla luce del display del mio telefono misi in ordine le mie cose e le riposi nello zaino ricevuto come gadget alla registrazione dei partecipanti. Puzzava insopportabilmente di plastica nuova. Trattenni il fiato e lo misi in spalla.
Con la cautela dovuta, iniziai a strisciare un passo dietro l’altro e a guadagnare prima l’uscita della sala, poi la scala che mi avrebbe portato nella hall. Lentamente, scalino dopo scalino, guadagnai la penombra della hall dove arrivava il rimbalzo delle luci della strada e delle fioche luci di emergenza delle scale di servizio.
Il gruppo turco stava rumorosamente defluendo verso il pullman che li avrebbe portati in un ristorante con vista sulla città, il personale si affannava ad aiutare tutti i clienti che, come zombie, si aggiravano in cerca dell’uscita. Dietro il desk i telefoni scottavano di lamentele in tutte le lingue del mondo e di risposte da copione: “Al più presto il problema sarà risolto. Siamo veramente spiacenti per l’accaduto”.
Accortosi di me il portiere mi chiese con gentilezza se poteva essermi utile. “Per entrare in camera…” iniziai mostrando la chiave magnetica. Troppo prontamente il portiere mi interruppe: “Deve fare nove piani a scale. L’ascensore è fuori uso”. Pur odiando chi interrompe a metà i discorsi, compresi la situazione ed abbozzai: “Mi è chiaro, grazie. Vorrei sapere se, essendo la chiave elettronica, me ne serve una tradizionale per aprire la porta, una volta raggiunto a piedi il nono piano.”
“No, vada tranquillo: funziona a batteria” rispose il mio interlocutore.
Nove ripide rampe dopo, osservavo la porta della 905 come un miraggio, ansimando come in cima al monte Everest senza bombola d’ossigeno.
Attesi di recuperare il fiato ed aprii la porta. La stanza era piena di buio.
A tentoni recuperai la cinghia della tapparella e feci entrare una tenue luce per aiutarmi ad orientare i miei movimenti. Raggiunsi il bagno ed aprii il rubinetto della doccia. Un lontano muggito mi rispose dai tubi: il blackout aveva bloccato anche le pompe dell’acqua.
Mi guardai nello specchio senza vedermi: ero stanco, sudato marcio, al buio e senza possibilità alcuna di potersi lavare.
Era proprio un Gennaio di merda e faceva di tutto per ricordarmelo.

Annunci

3 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...